Ho letto: Influence – the psichology of persuasion

Questo è un libro formidabile; non è recentissimo (del 2001) ma ciò alla fine è un motivo di interesse, come vedremo.

Robert Cialdini

Robert Cialdini

Robert Cialdini è uno psicologo sociale che si è dedicato allo studio del fenomeno della persuasione, la capacità di qualcuno di influenzare il comportamento di qualcun altro. Per studiare questi fenomeni ha affiancato l’analisi sul campo ai tradizionali studi sperimentali di tipica matrice americana. Si è dunque infiltrato tra venditori di aspirapolvere, broker immobiliari, predicatori e gestori di reti multi-level di accessori casalinghi. Dalla Tupperware alle auto usate, tutto per scoprire come si fa a convincere gli altri a fare qualcosa e avvalorare le teorie scientifiche sviluppate in laboratorio.

Influenza e manipolazione

La tesi centrale sostenuta da Robert è che la nostra psicologia reagisce in modo inconsapevole ma vigorosamente a determinati stimoli. Gli stimoli sono degli interruttori, basta schiacciarli per produrre un determinato comportamento. Anzi, si tratta di meccanismi così potenti che per noi è difficile non reagire con il comportamento prescritto, anche quando Continua a leggere

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I sing the body electric

Canto il corpo elettrico
Festeggio l’io che deve ancora venire
Brindo alla mia riconciliazione
Quando diventerò tutt’uno con il sole
Canto il corpo elettrico
Mi glorifico nel bagliore della rinascita
Creando il mio domani
Quando incarnerò la terra

E’ il testo del pezzo musicale che chiude il musical Fame, qualcosa in più di una canzone, uno stupendo misto di rock, gospel e musica orchestrale, ispirato all’omonima poesia scritto nel 1855 da Whalt Whitman, lo stesso del “Capitano mio capitano” dell’Attimo Fuggente. (guardate bene, per favore, il ritratto qui sotto, conosciamo bene il volto dei tecnocrati, da Mark a Larry, da Jeff a Sergey, da Steve a Bill, ma com’è quello dei poeti?)

Nell’anno che sta per chiudersi il mio corpo è diventato un po’ più elettrico, anzi elettronico, anzi digitale. Nonostante i dubbi, lo scetticismo Whitman_by_Ulkee in molti casi anche la mia decisa convinzione che l’avvento del digitale provochi effetti negativi e a volte addirittura tendenze disumanizzanti, non posso che essere grato per il modo in cui la mia esistenza digitale migliora la mia vita analogica.

Attraverso questo blog riesco a sviluppare e esprimere pensieri che condivido con qualche centinaia (migliaia?) di persone. Su mille siti Internet accedo a informazioni e contenuti che rendono le mie competenze e conoscenze più ampie, profonde e salde. Lo smart watch della Adidas accompagna i miei tentativi di mantenere una forma fisica

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La parola della settimana: Social Network

Letteralmente significa “Rete sociale”. Come praticamente tutti sappiamo, si tratta di ricostruire, o di costruire ex novo su Internet la propria rete di conoscenze, contatti o relazioni (amici, colleghi, familiari) in modo da sfruttare tutte le infinite possibilità del digitale per comunicare, informarsi a vicenda, condividere momenti belli o brutti, scambiarsi esperienze, e così via.

L’idea era interessante e ha avuto molto ma molto successo, soprattutto da quando è diventato possibile connettersi alla propria rete sociale tramite gli smartphone; tanto che ormai non è inconsueto vedere gente per strada che rischia la vita attraversando senza guardare, perché è intenta ad aggiornarsi su quello che dicono pensano fanno i propri “amici” o “seguitori” (così si chiamano le persone connesse).

I social network presentano poi tutta una serie di vantaggi collaterali. In primo luogo, aggiungono una dimensione straordinaria alla nostra vita, rendendo possibili eventi altrimenti impensabili. Pensate ad esempio che pochi giorni fa Vasco si è auto intervistato su Facebook dichiarando che sognava di fare lo psicanalista. Ecco, difficilmente una tale intervista avrebbe potuto svolgersi dal vivo, diciamo nella realtà analogica, un po’ per l’indubbia difficoltà di pronunciare la parola “psicanalista” da parte di un rocker come il Blasco, un po’ per le prevedibili ilari reazioni che una tale affermazione avrebbe suscitato nell’intervistatore, immaginando il malato mentale che avrebbe mai potuto sottoporsi alle cure di cotanto psicoterapeuta.

E non sono solo i personaggi famosi, tutti noi ci lasciamo andare sui social network a commenti non-commenti che difficilmente passerebbero indenni se fossero inseriti in una discussione qualsiasi, anche tra i quattro proverbiali amici al bar.

Questa volta pesco a caso su Twitter per esemplificare.

“Partita vista ora: ennesimo pareggio inutile, potevamo vincere sul finale, ma anche perdere” (sottolineatura mia). Beh, per una partita finita con un pareggio, direi che si tratta di una osservazione in cui si rivela un genio del calcio che meglio starebbe a condurre il dopo partita Sky!

Un ulteriore vantaggio delle reti sociali è quello di poter informare il mondo (o almeno, il mondo della propria rete) di propri stati d’animo, sensazioni, osservazioni, opinioni, emozioni di cui nella vita reale fregherebbe poco o nulla a chiunque.

“Ho sonno da quando mi sono svegliato stamattina”. “Mi sto congelando stamattina”. “L’autunno è la primavera dell’inverno con i suoi colori e le sue sfumature …di malinconia”.

E così via.

Infine, in molti riconoscono come ulteriore beneficio dei social network la possibilità di riallacciare i contatti con gente che non si vedeva da tanti anni. Tipo compagni delle elementari, del gruppo scout, della squadra di calcio dell’oratorio. Io su questo però ho dei dubbi. Ovviamente è sempre un’emozione scoprire come sta e a cosa assomiglia tizio o caio, ora che non ha più il volto devastato dai brufoli dell’adolescenza. Ma da quando sono esplosi i social network, mi insegue gente che non vedevo più da anni, e che ero molto felice di non vedere più da anni. Per questo, tuttavia, la sapienza della folla, la “wisdom of the crowd”, ha creato “avatar” e “nickname”. Di questi tre, tuttavia, ci sarà occasione di riparlare.

Ho letto: La terra del blues

Il delta del Mississippi (quattro esse, due pi), contrariamente a quello che suggerisce la parola, non corrisponde all’estuario del fiume, ma è la vasta pianura alluvionale che si stende a ovest del maestoso corso d’acqua americano. Un tempo terra di paludi, foreste, orsi e pantere, fu conquistata all’agricoltura con il lavoro degli schiavi provenienti dall’Africa, che la ripulirono, la bonificarono, la coltivarono e eressero l’imponente argine che ancora oggi impedisce al Mississippi di inondare il suolo meravigliosamente fertile della piana.

Alan Lomax with man

Gli schiavi portarono dall’Africa la propria musica: polifonica, sincopata, basata sulla poliritmia (ritmi diversi che si intrecciano tra di loro) e sull’alternanza tra la voce solista e la partecipazione delle altre persone, che rispondendo al richiamo del solista commentano, armonizzano, sottolineano, in un equilibrio magico tra la libertà del contributo di ciascuno e l’armonia complessiva del coro. Questa musica si combinò con strumenti e modi del folklore europeo per dare vita ai generi musicali moderni. In particolare diede vita al blues, che poi sbocciò nel rock’n’roll, Chuck Berry, Little Richard, Elvis; il rock, e tutto il resto. Il blues è la radice, solida e sempre viva, su cui poggia molta della musica dell’ultimo secolo, dal rock al pop all’hip hop al soul e così via; oserei dire, il blues è alla base della parte migliore della musica moderna.

Ora spostiamoci al 7 febbraio del 1964, quando il sottoscritto era al mondo da un mese circa. I Beatles atterrano a New York per la loro prima tournée americana, assaliti da folle di fan scatenate, un fenomeno irripetibile ai nostri giorni, fatti di entusiasmi tiepidi per star usa e getta. Nella prima conferenza stampa un giornalista domanda loro cosa hanno voglia di vedere, già che sono per la prima volta oltre oceano. I 4 Fab rispondono immediatamente: “Beh, vorremmo visitare Muddy Waters e Bo Diddley”. “Dove si trovano questi posti?” insiste il reporter. I Beatles ridono: non sono città … ma musicisti. L’America ha dimenticato i musicisti blues, se mai li ha notati, relegati come sono alle classifiche di dischi di “Musica etnica”, i race records.  Se mai li ha notati, apppunto. Blind Willie Johnson, uno dei più grandi talenti della chitarra slide, muore di stenti dopo mesi in cui ha abitato tra le rovine della sua casa bruciata, troppo povero per permettersi altro, rifiutato dall’ospedale in cui è stato condotto dai vicini. Rimangono di lui 30 tracce mal registrate, che ne sanciscono la grandezza ma che non permettono a chi vorrebbe imitarlo, gente come Ry Cooder per intenderci, di capire come potesse creare le sue magiche note. Troppo impastato il suono, totale assenza di documentazione fotografica per capire posizioni e diteggiatura. La sua “Dark was the night” è uno dei pezzi musicali affidati alla missione del Voyager, espressione della solitudine che l’uomo deve affrontare nel corso della propria vita. Se mai la navicella verrà intercettata dagli alieni, e se mai esseri di altri pianeti Continua a leggere

Giochi proibiti

Negli ultimi giorni ho letto il libro e visto il film “Ender’s Game”, un’accoppiata mediatica che mi ha permesso di apprezzare molto il primo e di dispiacermi per la riuscita non del tutto soddisfacente del secondo. La versione cinematografica infatti risulta troppo affrettata nella prima parte e inspiegabilmente trascura certi snodi narrativi importanti, al contrario ben giocati nel testo. Peccato, una occasione perduta, tanto più se teniamo presente che l’autore del libro ha anche firmato la sceneggiatura, riscrivendola (così pare) ben diciotto volte.

Ender’s Game è stato scritto nel 1985 e descrive un mondo del futuro in cui sono molto diffusi “desk” che in tutto e per tutto assomigliano a quelli che oggi chiamiamo tablet. E’ addirittura stupefacente poi che venga descritta qualcosa che assomiglia tanto non solo a Internet, ma addirittura ai social network; e che addirittura vengano delineate delle regole di “social media marketing” che troveremmo assolutamente adeguate ai nostri giorni. Insomma, smettiamo di chiamare questo genere letterario “fantascienza”, di fronte a questa capacità di intuire le evoluzioni che avrà il presente, vien voglia di chiamarla “pre-scienza”.

Oltre a quelli tecnologici, ancora più coinvolgenti e profetici risultano i temi sociali e umani. “La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali”; infatti nel futuro del gioco Continua a leggere

L’era del cinghiale bianco

Qualche settimana fa ho partecipato all’Innovation Tour di salesforce.com, l’azienda simbolo del successo nel cloud (o del SAAS, software as a service, come si preferiva dire prima). Il relatore spagnolo ha fatto una facile battuta, chiedendo ai partecipanti in sala, parecchie migliaia, di alzare la mano se possedevano un account su Facebook o su Twitter. Tutti ovviamente hanno alzato le mani, al che lui ci ha incalzati: “I vostri clienti sono esattamente come voi; ma se loro stanno sui social network, perché le vostre aziende non ci vanno”? a sottolineare la nuova strategia di salesforce totalmente devota al marketing sui social network, dopo l’acquisizione di Radian6 e di Buddy Media. Ma anche a rimarcare l’assenza di strategie e pratiche diffuse da parte delle aziende, che considerano ancora i social network come terreno di esperimenti, al più come ulteriore canale di comunicazione da aggiungere al marketing mix.

Non sono un grande fan di Facebook, perché è una rete nata e cresciuta all’insegna della chiacchiera a rischio di irrilevanza; sono piuttosto un discreto cinguettatore, perché Continua a leggere