La rivincita dell’auricolare

Non lo usa più nessuno. Non in macchina mentre si guida. Neanche in moto, né in bicicletta. Siamo autentici funamboli del telefonino, le strade sono piene di artisti degni di convocazioni ad honorem al Cirque du Soleil, capaci di telefonare e di messaggiarsi in modo funambolico, sfide improbabili alla forza di gravità e all’equilibrio. Qualunque cosa, ma l’auricolare non lo uso.

I migliori sono i fumatori. Sigaretta in una mano, tastierina nell’altra, qwerty e Nazionale senza filtro, ma allora cosa usano per guidare? La risposta è nota per chi guida con il cappello, come recita il vecchio adagio popolare, probabilmente anche quelli a capo scoperto ricorrono allo stesso mezzo. E le donne come fanno? Mah …

Sono scooterista e riconosco da lontano chi è impegnato in una discussione telefonica o in un whatssap mentre è alla guida.  E’ evidente dal lieve ondeggiare tra le corsie, dall’avanzare incerto, dal continuo contrarsi e espandersi della distanza di insicurezza rispetto al veicolo che precede. Meglio girare al largo. I miei colleghi su due ruote sono capaci anche di peggio. Ho visto cose che voi umani … all’ingresso Continua a leggere

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Top ten: perché mi piace il cloud

  1. Perché  è estremamente comodo: rende disponibile il mio materiale quando voglio, in qualunque luogo mi trovi.
  2. Perché funziona su tutti i device, computer, smartphone, tablet … per ora mi fermo (non penso che lo smartwatch sia una buona idea, ma di questo parleremo un’altra volta).
  3. Perché non devo più impazzire con copie di sicurezza, backup, dischi fissi esterni.
  4. Perché è semplice, installo l’applicazione e il resto lo fa lui.
  5. Perché è on demand, c’è solo quando lo chiamo perché mi serve. Non è intrusivo, non mi manda notifiche.
  6. Perché almeno per il momento è gratuito: fanno tutti a gara Continua a leggere

I sing the body electric

Canto il corpo elettrico
Festeggio l’io che deve ancora venire
Brindo alla mia riconciliazione
Quando diventerò tutt’uno con il sole
Canto il corpo elettrico
Mi glorifico nel bagliore della rinascita
Creando il mio domani
Quando incarnerò la terra

E’ il testo del pezzo musicale che chiude il musical Fame, qualcosa in più di una canzone, uno stupendo misto di rock, gospel e musica orchestrale, ispirato all’omonima poesia scritto nel 1855 da Whalt Whitman, lo stesso del “Capitano mio capitano” dell’Attimo Fuggente. (guardate bene, per favore, il ritratto qui sotto, conosciamo bene il volto dei tecnocrati, da Mark a Larry, da Jeff a Sergey, da Steve a Bill, ma com’è quello dei poeti?)

Nell’anno che sta per chiudersi il mio corpo è diventato un po’ più elettrico, anzi elettronico, anzi digitale. Nonostante i dubbi, lo scetticismo Whitman_by_Ulkee in molti casi anche la mia decisa convinzione che l’avvento del digitale provochi effetti negativi e a volte addirittura tendenze disumanizzanti, non posso che essere grato per il modo in cui la mia esistenza digitale migliora la mia vita analogica.

Attraverso questo blog riesco a sviluppare e esprimere pensieri che condivido con qualche centinaia (migliaia?) di persone. Su mille siti Internet accedo a informazioni e contenuti che rendono le mie competenze e conoscenze più ampie, profonde e salde. Lo smart watch della Adidas accompagna i miei tentativi di mantenere una forma fisica

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La parola della settimana: Social Network

Letteralmente significa “Rete sociale”. Come praticamente tutti sappiamo, si tratta di ricostruire, o di costruire ex novo su Internet la propria rete di conoscenze, contatti o relazioni (amici, colleghi, familiari) in modo da sfruttare tutte le infinite possibilità del digitale per comunicare, informarsi a vicenda, condividere momenti belli o brutti, scambiarsi esperienze, e così via.

L’idea era interessante e ha avuto molto ma molto successo, soprattutto da quando è diventato possibile connettersi alla propria rete sociale tramite gli smartphone; tanto che ormai non è inconsueto vedere gente per strada che rischia la vita attraversando senza guardare, perché è intenta ad aggiornarsi su quello che dicono pensano fanno i propri “amici” o “seguitori” (così si chiamano le persone connesse).

I social network presentano poi tutta una serie di vantaggi collaterali. In primo luogo, aggiungono una dimensione straordinaria alla nostra vita, rendendo possibili eventi altrimenti impensabili. Pensate ad esempio che pochi giorni fa Vasco si è auto intervistato su Facebook dichiarando che sognava di fare lo psicanalista. Ecco, difficilmente una tale intervista avrebbe potuto svolgersi dal vivo, diciamo nella realtà analogica, un po’ per l’indubbia difficoltà di pronunciare la parola “psicanalista” da parte di un rocker come il Blasco, un po’ per le prevedibili ilari reazioni che una tale affermazione avrebbe suscitato nell’intervistatore, immaginando il malato mentale che avrebbe mai potuto sottoporsi alle cure di cotanto psicoterapeuta.

E non sono solo i personaggi famosi, tutti noi ci lasciamo andare sui social network a commenti non-commenti che difficilmente passerebbero indenni se fossero inseriti in una discussione qualsiasi, anche tra i quattro proverbiali amici al bar.

Questa volta pesco a caso su Twitter per esemplificare.

“Partita vista ora: ennesimo pareggio inutile, potevamo vincere sul finale, ma anche perdere” (sottolineatura mia). Beh, per una partita finita con un pareggio, direi che si tratta di una osservazione in cui si rivela un genio del calcio che meglio starebbe a condurre il dopo partita Sky!

Un ulteriore vantaggio delle reti sociali è quello di poter informare il mondo (o almeno, il mondo della propria rete) di propri stati d’animo, sensazioni, osservazioni, opinioni, emozioni di cui nella vita reale fregherebbe poco o nulla a chiunque.

“Ho sonno da quando mi sono svegliato stamattina”. “Mi sto congelando stamattina”. “L’autunno è la primavera dell’inverno con i suoi colori e le sue sfumature …di malinconia”.

E così via.

Infine, in molti riconoscono come ulteriore beneficio dei social network la possibilità di riallacciare i contatti con gente che non si vedeva da tanti anni. Tipo compagni delle elementari, del gruppo scout, della squadra di calcio dell’oratorio. Io su questo però ho dei dubbi. Ovviamente è sempre un’emozione scoprire come sta e a cosa assomiglia tizio o caio, ora che non ha più il volto devastato dai brufoli dell’adolescenza. Ma da quando sono esplosi i social network, mi insegue gente che non vedevo più da anni, e che ero molto felice di non vedere più da anni. Per questo, tuttavia, la sapienza della folla, la “wisdom of the crowd”, ha creato “avatar” e “nickname”. Di questi tre, tuttavia, ci sarà occasione di riparlare.

Email around the clock (versione rivista)

Questa è la versione rivista del post originale; già, perché poco dopo la prima pubblicazione, mi è arrivata qualche manifestazione di gradimento ma anche qualche segnale di incomprensione. Qualcuno si è sentito chiamato in causa direttamente, e non era mia intenzione, per cui ho ammorbidito qualche passaggio. La versione originale pervenuta a chi è iscritto via email resta per i collezionisti – un motivo in più per iscriversi 😉

Quando l’orologio segnerà le due, le tre, le quattro
se la band rallenta, urleremo perché continui
stanotte rockeremo per tutto il giro dell’orologio
fino alle prime luci dell’alba

Wow! E’ sempre l’ora per un po’ di sano vecchio rock’n’roll, come cantavano nel 1954 Bill Haley and The Comets. Così come ormai nella pratica comune (anche nella mia, devo confessarlo) è sempre l’ora per un bel messaggio di posta elettronica. Tarda serata, mattina presto, notte fonda, perché no, ci viene in mente qualcosa da comunicare a tizio o caio, glielo scriviamo, è facile ed immediato. E magari ci risponde pure, abbiamo guadagnato tempo, aumentato efficienza e produttività, espanso i confini del possibile, dato un senso a una serata altrimenti sciatta. Tutti d’accordo? Non proprio, se sindacati e imprenditori francesi hanno firmato un accordo per proibire la consultazione delle email dopo le sei del pomeriggio.

Ricordo ancora i tempi prima dei cellulari, di Internet e degli smartphone. Si lasciava l’ufficio, magari tardi, ma era finita lì. Chiuso. Serrato. Si pensava ad altro, e se ne riparlava la mattina dopo arrivati in ufficio.

Poi sono arrivati i cellulari, quelli grandi come un portatile, poi i portatili, quelli grandi come un cellulare, e infine dei “telefoni intelligenti”, che già chiamarli così insultano la nostra, di intelligenza. Fatto sta che con l’avvento della rete è diventato possibile chiamarsi a qualunque ora, messaggiarsi, condividere illimitatamente e senza confini di spazio ma sopratutto di tempo.

Avete presente quelli che ti chiamano tra le otto e le otto e trenta per un improrogabile problema di lavoro che sicuramente non poteva attendere fino al giorno dopo e quando rispondi (perché alla fine rispondi) ti chiedono “disturbo?!?!” Certo che no, ma ti pare che a quell’ora se sto cenando con la famiglia? Non scherziamo.

Devo all’amico Giuseppe una storiella dalla Brianza di altri tempi. Un artigiano ha una cambiale in scadenza il giorno dopo, e non sarà in grado di onorarla. Si Continua a leggere

Web, smartphone e tablet

Oggi workshop della School of Management del Politecnico e CEFRIEL su “Editoria periodica che va sul digitale”; il tema affrontato è la nuova opportunità di smartphone e tablet, la seconda grande rivoluzione dopo quella del web. Una rivoluzione che emette i primi vagiti (pochissimi i device in circolazione, in confronto all’estensione dell’utiizzo del web).

Riusciranno i nostri eroi (gli editori) a sfruttarla per rilanciare il proprio ruolo nel lungo termine, dopo che il web l’ha così duramente minacciato e messo alla prova?

Numerose le esperienze precedenti, i grandi gruppi ma anche le realtà più piccole; nutrita la rappresentanza ANES, che ha partecipato attivamente al dibattito.

Difficile trarre conclusioni perché appunto la rivoluzione è ancora in divenire; occorre però mobilitarsi. Risulta che molti editori hanno fatto poco o nulla sul web, e tra quelli che hanno fatto, pochi hanno fatto bene. Certo che è velleitario dire grandi cose sul destino della casa (sta morendo? non sta morendo?) quando al momento di rimboccarsi le maniche non si è pronti a scendere in campo.