Il treno si ferma a Ventimiglia

Non vi preoccupate, l’ho promesso e mantengo, niente politica su questo blog.

Prendo solo spunto da una notizia di cronaca per una riflessione sui confini; mentre risorgono le antiche frontiere tra stati a limitare la libera circolazione delle persone, i vari attori che gestiscono i contenuti fanno fatica a individuare i giusti limiti alla libera circolazione delle idee e delle notizie.

Iniziamo da chi fa i device. Le configurazioni esistenti vanno dai sistemi chiusi e autarchici (il mondo Apple, per intenderci) a quelli aperti (Android). A ben guardare però i sistemi chiusi non sono poi così impermeabili. La storia militare è un lungo inseguirsi Continua a leggere

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Ultima occasione!

“Gentile Alessandro, non ho ancora avuto tue notizie e purtroppo non potrò più spedirti XXXXX: questa è l’ultima volta che ricevi XXXXX direttamente a casa.”

Sono sempre loro: sarà la volta buona?

Il prezzo della qualità

“L’informazione è generata dallo scambio di idee, oltre che dai fatti che avvengono, o meglio dall’alchimia fra queste due categorie. Ora, dato che molte delle conversazioni oggi  avvengono via Internet, sono nati dei software e degli algoritmi appositi che “pescano” in automatico gli argomenti da sviluppare fra le richieste più frequentemente rivolte ai motori di ricerca, le parole predominanti nei social network, i temi più discussi nei forum. Una volta venuti in possesso di questi risultati, in tempi rapidissimi poi i responsabili delle content farm confezionano dei giornali online che, essendo basati esclusivamente sull’intreccio dei termini più in voga in quel momento sulla Rete, si limitano a identificare i temi che dovrebbe interessare il maggior numero di internauti.” (da La Repubblica Affari e Finanza di ieri).

Questo è il modo in cui funzionano le moderne “content farm”, nemesi apparente delle redazioni tradizionali. Dall’atelier alla fabbrica, verrebbe da dire mutuando una vecchia formula della sociologia. Ed effettivamente sono vere e proprie fabbriche, in grado di sfornare migliaia di articolo al giorno. C’è poco da dire, in termini di produttività redazionale il confronto è perso in partenza.

E la qualità? a pochi dollari la pagina, verrebbe da dire, non si può pretendere. Continua a leggere

Pay for value 2

Oggi sono in vena di critiche.

Quattro anni fa mi sono iscritto alla edizione italiana di un prestigioso magazine che tratta di tecnologie e vita digitale. Da sempre abbonato all’edizione americana, sono stato sedotto da una campagna di lancio ambiziosa e da una promozione difficile da rifiutare.

Non ho rinnovato alla fine del primo anno: gli articoli migliori erano traduzioni di quanto già leggevo sull’edizione originale; troppo lifestyle (non sono il tipo); e ammiccamenti alla politica inutili e irritanti, non ce n’è già troppa? E perché mi devi attrarre dicendo che parlerai di cose “vere”, per poi spostare l’argomento sulla ricerca del consenso e del voto? Mah…

Il secondo anno la rivista mi è arrivata comunque, ma durante l’inverno gli inviti al rinnovo sono diventati insistenti e sempre più allettanti. Lo stesso il terzo anno, e arriviamo ad oggi. Al quarto anno continuo a ricevere la rivista, nonostante non la paghi da parecchio. Peraltro non la leggo, finisce dritta nella raccolta differenziata (sono un bravo cittadino). Se la leggessi, la pagherei. Continuano a trattarmi come un abbonato: “Gentile Alessandro, purtroppo il tuo abbonamento è scaduto da un mese!” ??????? Ma allora anche per gli inserzionisti pubblicitari risulto come abbonato pagante? Mi propongono un bello sconto del 70% se compro l’abbonamento per … 24 mesi! Con che logica dovrei a questo punto impegnarmi per due anni? Però mi regalano la magietta del follower! Ma è chiaro a questo punto che o non sono un follower, oppure son il capo della classifica dei follower scrocconi!

L’ultima cosa: la lettera è firmata dal Direttore Abbonamenti. Perché non dal Direttore della testata? E’ lui che la firma, è lui che dovrebbe presentarla ai suoi lettori. Value for money.

Pay for value

Riprendo dopo il silenzio di qualche giorno, dovuto a improrogabili appuntamenti (praticamente qualche splendido giorno di sci).

Meno code per comprare “la giornaliera”, grazie alla possibilità di rinnovarla on-line. Una breve visita al sito; il servizio di pagamento on-line sta cercando di consorziare diversi comprensori (siamo a tre). Procedura di registrazione rapida e indolore; opt-in per la newspetter; qualche sconto rispetto al prezzo allo sportello; una forma attivabile di pay as you go, ti registri, vai a sciare, lui attiva la card quando strisci la prima volta e ti addebita la giornata.

Complimenti, ben fatto, ma rilevo un paio di nei.

Il primo è più uno sfizio che altro: dove sono le app per iPhone Android Blackberry etc?

Il secondo sta nell’una-tantum di attivazione. Peccato, ma perché tocca sempre pagare pedaggio? Un servizio si deve pagare per e con il valore che produce e non con il diritto di intermediazione tipo agenzia immobiliare. Che poi costringe a calcoli totalmente ostili all’interesse del cliente: quante volte devo andare a sciare per recuperare la tassa iniziale tramite gli sconti etc. Forse l’ho già detto, una cosa bella dei servizi che hanno successo su Internet è che hanno reso la nostra vita più bella o comunque più facile. Il valore deve essere generato per il cliente e da quel valore poi può essere sottratta una parte che alimenta il fornitore. Non è logico, e non garantisce successo, il fatto di pensare prima al midlleman, all’intermediatore: la prima cosa che devi fare è pagare per accedere, poi si vedrà. Anni fa mi sono iscritto a una palestra. Volevo abbonarmi per tre mesi, mi hanno convinto a farlo per un anno, sono andato quattro volte. Adesso corro (corricchio) per strada.