Top ten: perché NON mi piace l’home banking

Dico subito che in generale a me l’home banking piace. Lo uso da tanto tempo e mi ha procurato dei vantaggi rendendo la mia vita più comoda. Inoltre, sono favorevole alla digitalizzazione delle transazioni e penso che promuova lo sviluppo. Di conseguenza questa volta forse non arrivo a 10.

  1. L’interfaccia, la user experience è atroce. Trovare l’informazione desiderata diventa uno slalom. la pagina è inutilmente affollata, cosa particolarmente grave in un comparto pieno di termini tecnici e astrusi. Ho esperienza solo su un paio di piattaforme, ma siccome almeno una ha vinto parecchi premi, chissà le altre. Si dice che le interfacce non dovrebbero mai disegnarle gli informatici; in questo caso si è realizzata l’unione formidabile tra informatici e bancari, che non hanno esattamente la fama di gente che rende l’informazione semplice e comprensibile. Il risultato è lì da vedere e non stupisce nessuno!
  2. Cosa si può fare una volta che si è dematerializzato il rapporto tra una persona e i denari che tiene in banca? Quali servizi aggiuntivi potrebbero realizzarsi grazie a questo cambio di stato? In che modo l’home banking potrebbe migliorare la nostra vita, al di là di renderla marginalmente più comoda? Il valore aggiunto latita e ci si limita a incassi bonifici MAV conto corrente conto titoli. Siamo al secondo stadio dell’innovazione, quella in cui il nuovo oggetto viene utilizzato per fare meglio quello che si faceva prima. Ancora mancano le funzioni originali, quelle che Continua a leggere

Interfacce da schiaffi

“Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. La citazione emerge dalla nebbia della lontana frequentazione del latino sui banchi del liceo. Lo confesso, ho pure dovuto controllarladownload e correggerla prima di postarla! D’altronde come si dice, la cultura è quello che rimane quando hai dimenticato tutto il resto.

Questa massima di Terenzio mi è rimasta nella mente, a ricordarmi che in qualsiasi ambiente o situazione quello che davvero conta è il fattore umano, l’impatto che quello che ci viene proposto ha sul modo in cui viviamo, sul nostro essere persone.

Non esisteva Internet ai tempi dei classici latini, ci mancherebbe. Ma anche adesso che viviamo i tempi della tecnocrazia del digitale, possiamo e dobbiamo chiederci se i nuovi ambienti digitali sono “umani” e sono proposti in modo adatto a chi dovrebbe usarli, che è appunto una persona umana.

A maggior ragione in un momento in cui è di moda la “Internet of Things”, “IoT” per gli amici, una “Internet delle cose”, appunto, mi sembra capitale chiedersi se dove è rimasto posto per le persone umane.

O no? Sono questioni impegnative, una trattazione articolata sarebbe estremamente complessa. Ci vorrebbe un convegno, forse due, sono argomenti da discorsi al TED (quello delle “idee che vale la pena divulgare”, che non è come dirlo), libri, articoli, un dibattito vasto e approfondito. Roba da cineforum.

Preferisco allora iniziare a fare qualche osservazione partendo dal piano terra, parlando più semplicemente delle interfacce, delle modalità di utilizzo, quella che in gergo si chiama l’esperienza dell’utente, la user experience, per gli amici” UX”.

L’inizio non è incoraggiante. Già se consideriamo il nome, UX è una sigla astrusa, la X in matematica denomina una variabile, sa di astrazione e linguaggio formale. Nulla di intuitivo o di particolarmente immediato; capirete bene che se entrassi in un bar chiedendo un KEB (Kappuccino E Brioche) per far fronte al mio FAQ (Fabbisogno Alimentare Quotidiano), andrei incontro a qualche reazione. Continua a leggere