Ho letto:L’étranger di Albert Camus

I lettori francesi qualche anno fa l’hanno votato come miglior libro del secolo (scorso). Sicuramente queste classifiche valgono quel che valgono. Senz’altro si tratta di un libro formidabile, un “classico” nel senso che qualunque interpretazione o chiave di lettura non esaurisce la potenza espressiva del testo.

Albert CamusCome può una storia raccontare con efficacia l’assoluta mancanza di senso che Albert Camus scorge in tutte le cose umane? Come si può romanzare la mancanza di fiato, il soffocamento endemico di quando si cerca una ragione e non si trova nulla? Il racconto comincia con la morte della madre, un incipit che è divenuto famoso “Aujourd’hui, maman est morte»; prosegue scandito dall’esercizio della violenza indifferente, dallo sferragliare inutile delle istituzioni e dalla presenza incombente di un cielo capace solo di opprimere con il calore e abbagliare con la luce. Resta la ribellione finale a fingere se non un senso, almeno una plausibile reazione alla insensatezza che pervade la nostra vita.

Ho sempre amato Hemingway, ammantato di vitalismo ma in realtà rassegnato allo stesso esito perdente. Anche nel caso dello scrittore americano l’unica possibile redenzione è nella dignità del combattere. Il destino di ogni uomo è che “the winner takes nothing”. Ma resta

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Eppure sembra un uomo, ovvero della solitudine digitale

Qualche anno fa (forse l’ho già ricordato su queste pagine) un Bill Gates ancora nel pieno del suo ruolo di dominatore del sistema tecnologico mondiale venne in visita in Italia e concesse una intervista alla televisione italiana. Di fronte alla ostinata e invasiva visione tecnico-centrica di Bill, che pervadeva tutte le sue risposte, il conduttore gli chiese se non pensasse che tutto sommato non fossero necessari solo ingegneri, ma anche qualche filosofo per sostenere la ricerca della felicità. L’occhialuto ex-geek reagì con stupore; sostanzialmente sembrò non capire la domanda, non cogliendone evidentemente il senso. I tecnici possono risolvere problemi quali la fame nel mondo e la cura delle malattie; ma i filosofi a cosa mai serviranno?

Eppure … l’altro giorno ascoltavo quasi per caso le parole di un grandissimo filosofo contemporaneo da poco scomparso, tale Giorgio Gaberscik, e ne sono rimasto flashato (mi scuso per l’utilizzo di vocabolario post-socratico).

In ditta c’è un salone 
lavorano mille persone…

così inizia la massima

per me è già difficile la vita in due 
e credo che prima o poi ci divideremo.

Uffa, mi viene un dubbio: se davvero è già difficile capirsi tra due persone che passano una parte della loro vita insieme, cosa contano i miei follower su Twitter? Le pagine viste e i commenti di questo blog (senza offesa)? La mia rete su Linkedin? I numerosi risultati che Google restituisce per la ricerca “Alessandro Cederle” (duemilasettecento e passa 🙂 ) ?

Non è che mi sono fatto affascinare dalle possibilità tecniche, da funzioni, feature, embedded o meno, da wizard e plug-in, dai numeri impressionanti dell’audience disponibile sui social media, insomma dalle “mille persone” che affollano il salone? Forse che in piena bulimia da tweet, post, status update, hangout, chat, whatsup, ho concluso anch’io che siccome “sembra un uomo, vive come un uomo, soffre come un uomo” (come continua il filosofo nella sua dissertazione) è davvero un uomo? La “conversazione” sui social network è davvero tale, è dialogo con altre persone che restituisce significato, oppure è la vanità del mezzo che prende il sopravvento sulla componente genuinamente relazionale e restituisce solo ombre?

Adesso ci provo: quanto della mia vita digitale mi aiuta davvero a essere “un uomo”? Il contatto digitale, è realmente “umano”? Sono domande che, mentre le pongo, mi suonano strane, troppo ambiziose, mal poste e pretenziose; alla fine mi sento anch’io un po’ come Bill Gates, a disagio e tutto sommato indifferente a questi temi. Quasi quasi per farla finita con questo mucchio di riflessioni oziose e inutili vado a vedere se qualcuno mi ha piaciuto.

Rimane però ancora la vocina del cantante (anzi, filosofo) a suggerirmi il timore di affogarmi nell’irrilevanza, compensando la qualità con Continua a leggere