L’amore non si compra

Rompo il digiuno da blog (troppi impegni di lavoro e non) per fare gli auguri; quest’anno poi cadono in un giorno che è molto bello per la musica.

I Beatles, da sempre assenti per scelta da tutte le piattaforme di streaming, sono disponibili da stamattina su Spotify, Google Play, Apple Music & co. Possiedo ovviamente parecchi CD del quartetto di Liverpool, ma abituato ormai a fruire della musica via piattaforma non li ascoltavo da un po’ di tempo. La magia è sempre lì, intatta: il suono di ogni strumento, esattamente quello giusto, l’equilibrio perfetto degli arrangiamenti, l’impasto dei cori, le melodie eterne, i testi …

E’ stato grandioso farsi la barba a poche ore da Natale ascoltando i Fab Four che mi raccomandavano cose assolutamente adatte alla vigilia, mica roba da poco: raccoglietevi tra di voi, proprio adesso, e se siete uomini che non si trovano in nessun posto, tornate al luogo cui appartenevate una volta, perché l’amore non si può comprare.

Già, proprio così, Can’t Buy Me Love. Il mio augurio per questo Natale è di tirare il fiato domani per qualche minuto e scoprire una volta ancora che l’amore (per chi crede, l’Amore) arriva gratuitamente, e gratuitamente va donato. Can’t Buy Me Love. Buon Natale a tutti.

 

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Ho letto: La terra del blues

Il delta del Mississippi (quattro esse, due pi), contrariamente a quello che suggerisce la parola, non corrisponde all’estuario del fiume, ma è la vasta pianura alluvionale che si stende a ovest del maestoso corso d’acqua americano. Un tempo terra di paludi, foreste, orsi e pantere, fu conquistata all’agricoltura con il lavoro degli schiavi provenienti dall’Africa, che la ripulirono, la bonificarono, la coltivarono e eressero l’imponente argine che ancora oggi impedisce al Mississippi di inondare il suolo meravigliosamente fertile della piana.

Alan Lomax with man

Gli schiavi portarono dall’Africa la propria musica: polifonica, sincopata, basata sulla poliritmia (ritmi diversi che si intrecciano tra di loro) e sull’alternanza tra la voce solista e la partecipazione delle altre persone, che rispondendo al richiamo del solista commentano, armonizzano, sottolineano, in un equilibrio magico tra la libertà del contributo di ciascuno e l’armonia complessiva del coro. Questa musica si combinò con strumenti e modi del folklore europeo per dare vita ai generi musicali moderni. In particolare diede vita al blues, che poi sbocciò nel rock’n’roll, Chuck Berry, Little Richard, Elvis; il rock, e tutto il resto. Il blues è la radice, solida e sempre viva, su cui poggia molta della musica dell’ultimo secolo, dal rock al pop all’hip hop al soul e così via; oserei dire, il blues è alla base della parte migliore della musica moderna.

Ora spostiamoci al 7 febbraio del 1964, quando il sottoscritto era al mondo da un mese circa. I Beatles atterrano a New York per la loro prima tournée americana, assaliti da folle di fan scatenate, un fenomeno irripetibile ai nostri giorni, fatti di entusiasmi tiepidi per star usa e getta. Nella prima conferenza stampa un giornalista domanda loro cosa hanno voglia di vedere, già che sono per la prima volta oltre oceano. I 4 Fab rispondono immediatamente: “Beh, vorremmo visitare Muddy Waters e Bo Diddley”. “Dove si trovano questi posti?” insiste il reporter. I Beatles ridono: non sono città … ma musicisti. L’America ha dimenticato i musicisti blues, se mai li ha notati, relegati come sono alle classifiche di dischi di “Musica etnica”, i race records.  Se mai li ha notati, apppunto. Blind Willie Johnson, uno dei più grandi talenti della chitarra slide, muore di stenti dopo mesi in cui ha abitato tra le rovine della sua casa bruciata, troppo povero per permettersi altro, rifiutato dall’ospedale in cui è stato condotto dai vicini. Rimangono di lui 30 tracce mal registrate, che ne sanciscono la grandezza ma che non permettono a chi vorrebbe imitarlo, gente come Ry Cooder per intenderci, di capire come potesse creare le sue magiche note. Troppo impastato il suono, totale assenza di documentazione fotografica per capire posizioni e diteggiatura. La sua “Dark was the night” è uno dei pezzi musicali affidati alla missione del Voyager, espressione della solitudine che l’uomo deve affrontare nel corso della propria vita. Se mai la navicella verrà intercettata dagli alieni, e se mai esseri di altri pianeti Continua a leggere