Sotto la pelle

Dall’amico Stefano ricevo la segnalazione di un interessante articolo sulla diffusione dei chatbot. La tesi principale del pezzo è che le app, da anni protagoniste della nostra vita su smartphone, verranno gradualmente sostituite dai bot, agenti intelligenti con un’interfaccia conversazionale. Un bot esegua una specifica operazione cui siamo interessati senza bisogno di una attenzione esplicita da parte dell’utente, obbedendo piuttosto a semplici comandi vocali o comunque testuali, all’interno di un dialogo naturale. Io parlo, lei o lui ascolta, mi chiede chiarimenti, poi agisce.

Le app sono ormai compagne quotidiane, ma sono compagne che richiedono attenzione e anche una certa dedizione. Quando abbiamo bisogno di attivare una specifica funzione utile per un nostro scopo specifico, dobbiamo fare pausa, aprire la app stessa, adattarsi alla sua logica o linguaggio e infine fare quello che ci interessa fare. Certo siamo facilitati dalla comodità dell’interfaccia touch e dal progressivo diffondersi di linee guida per la progettazione che hanno parzialmente omogeneizzato la logica di funzionamento e l’apparenza; ma il mondo delle app resta fortemente atomizzato. Questo produce una frantumazione dell’esperienza; ogni funzione che voglio compiere richiede un diverso oggetto, una diversa attenzione, continui pitstop a interrompere il flusso delle cose che facciamo e che vogliamo fare. La residua speranza di mantenere intatto il flusso dell’esperienza viene spezzato dal continuo fastidio delle notifiche che ci richiamano da qualunque cosa stessimo facendo per dirigerci verso il piccolo mondo chiuso di ogni specifica applicazione.

Chatbot e dematerializzazione

Nel caso del chatbot invece, mentre facciamo quello che ci interessa fare, impartiamo dei comandi vocali che il bot si incarica di interpretare ed eseguire, restando all’interno dell’esperienza reale che stiamo vivendo.

La storia del digitale può essere vista come una progressiva dematerializzazione dell’apparato sia hardware che software, dai mega computer che venivano ospitati in un intero edificio ai personal pc, tablet, smartphone, colonnine sulla credenza, e domani magari qualche implant sotto la pelle.

La parte software segue percorsi analoghi; dai comandi testuali sulla riga di programmazione, alle interfacce grafiche, ai dispositivi touch e adesso i comandi vocali.

Il rapporto con il mezzo diventa “seamless”, totalmente fuso con l’esperienza, esattamente come gli indumenti tecnici senza cucitura che si usano nello sport per non generare frizione tra l’abbigliamento e punti specifici della pelle. Corri, e non ti accorgi di avere le calze.

Tutto il marchingegno diventa “embedded”, come si dice nell’industria del software; la funzione resta nascosta all’interno del percorso di utilizzo dell’utente, pronta a essere risvegliata e azionata quando opportuno.

Mamma sono diventato trasparente

Le conseguenze di questi mutamenti sono e saranno importanti.

Tutti i servizi dovranno diventare trasparenti, inseriti nell’atto di utilizzo da parte del cliente. Tutto ciò che richiederà un’attenzione specifica, l’apertura o l’attivazione di determinate funzioni, verrà percepito come noioso, importuno e Continua a leggere

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Le pause del silenzio

È il titolo di una vecchia canzone; è anche la traduzione approssimativa del nome di un gruppo vocale femminile americano di colore, scorto anni fa in tv: nome bellissimo, a sottolineare che la musica è struttura connettiva e forma geometrica, oltre che sostanza delle onde che percorrono l’aria.

Il ricordo del gruppo che cantava “a cappella”, e la riflessione che segue, me la sollecita il libro che sto leggendo e giò citato in un post precedente,  in passaggio in cui Carrière sostiene che il cinema non è nato con la macchina da presa, ma con il montaggio. I primi “film” consistevano in un piano fisso di un palco su cui si recitava: non ancora cinema, ma solo teatro in movimento.

Il cinema nasce con le inquadrature e con il montaggio che le struttura. Il tempo si dilata o si accorcia rispetto a quello della proiezione; un secondo che dura un minuto, un giorno che dura un’ora.

Lo stesso succede quando la radio sfocia nella televisione. Il primo telegiornale era un “giornale radio in video”. Così come il primo giornale on-line è uno sfogliabile.  Continua a leggere

Non bastava la transizione dalla carta all’on-line

Famiglia Cristiana annuncia la app per iPhone e iPad che “porta per la prima volta i Comandamenti nel mondo digitale”.

L’iniziativa è seria e interessante, tra l’altro i contenuti sono a cura del monaco benedettino Anselm Grun che già conoscevo, perché ha scritto dei libri bellissimi sull’approccio spirituale al lavoro per un manager. Ma c’è un lato ironico: non bastava la transizione dalla carta all’on-line, adesso dobbiamo anche preoccuparci della transizione dalla pietra al digitale!

 

 

 

 

 

 

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In questo momento sono famosi perché hanno rifiutato un’offerta da 6 bilioni di dollari fatta da Google (voglio, dirlo, io avrei accettato. Vale di più? Pazienza. Che differenza c’è tra averne uno, sei o dodici? Cosa posso comprare con dodici che non posso comprare con sei? Un’isola più grande nell’arcipelago delle Bimini?).

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iSky Austria

Le app arrivano anche sui campi da sci. Ma c’è molto da fare: velocità, interattività …