Amore e morte, funerali e tasse. 

A volta la realtà supera la fantasia, così come il fiuto meneghino per il business scorge opportunità dove altri vedono solo la ineluttabile devastazione delle cose umane.

In questo esercizio commerciale di zona Città Studi si è pensato bene di accostare imposte e esequie, in una sorta di servizio completo della sofferenza, un all-you-can-eat della pena.

Mentre curate le scadenze fiscali, attendete nel posto più adatto la scadenza ultima.

Non resta che raccomandarsi l’anima. E il portafoglio.

 

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Cin cin

Inizio l’anno con una puntata polemica. Si sono sprecate, le polemiche, per lo spettacolo di capodanno di Rai Uno, nato male e finito peggio.

Uno dei conduttori, Claudio Lippi (gli altri erano Amedeus e Rocco Papaleo) si è sentito male poche ore prima dello spettacolo e ha dato forfait; un SMS con una bestemmia ha passato indenne i controlli ed è stato trasmesso in diretta sulla striscia di fondo; un altro SMS ha fatto il peggior spoiler immaginabile sull’ultimo Star Wars (che ovviamente non ripeto); e dulcis in fondo l’inizio del nuovo anno è stato annunciato con un bel minuto di anticipo.

Di tutto questo oggi sono piene le cronache. Non ho trovato invece chi denunci un altro vulnus all’integrità dei telespettatori perpetrato dall’ammiraglia della TV di stato in questa trasmissione a cavallo tra i due anni, a chiudere malamente quello vecchio e iniziare peggio quello nuovo.

La trasmissione andava in diretta da Matera per festeggiare la scelta della città a capitale europea della cultura per il 2019. Capitale europea della cultura: decisamente appropriata, dunque, la scelta del Continua a leggere

Errori di progettazione

È arrivato l’autunno e al suo debutto, mercoledì scorso, ha salutato i milanesi con freddo e pioggia. Come tutti gli anni inizia la caccia al l’ombrello.

Io odio gli ombrelli. Sono ingombranti, zuppi, le bacchette sono un costante attentato agli occhi. Inoltre, l’ombrello viene perso, sempre. Tutti noi abbiamo smarrito un ombrello nella nostra vita, che dico, tutti noi abbiamo perso una miriade di ombrelli nel corso della nostra vita, e tanti altri ne perderemo! Evidentemente c’è qualcosa che non funziona a livello strutturale, qualcosa di intrinseco nella ombrellitudine che condanna l’oggetto allo smarrimento.

La mia tesi è proprio questa: l’ombrello si definisce come uno strumento per la protezione dalle intemperie progettato per essere perso. C’è qualcosa nel modo in cui l’ombrello è stato pensato e costruito “ab origine” che lo rende eminentemente smarribile. Saranno la forma, saranno le dimensioni, sarà il fatto che resta umido all’esterno per cui è difficilmente riponibile senza inzaccherare borse, zaini o divani, sarà che gli ombrelli sono tutti uguali e confondibili l’uno con l’altro, nonostante gli sforzi dei produttori nel differenziarli…

Sono molti gli oggetti di vita quotidiana che a causa di clamorosi errori di progettazione vengono condannati poi a una vita di disfunzioni. Vogliamo parlare della teiera? Quanti di noi riescono a versare il tè evitando che coli dal beccuccio verso il fondo esterno giù giù sulla tovaglia in cotone dipinto, dono di nozze della zia? Sospetto sia qualcosa che ha a che fare con la dinamica dei fluidi, fatto sta che sopportiamo questa indecente defaillance da secoli, forse da millenni, e nessuno fa nulla a riguardo!

Questo per quanto riguarda gli oggetti di uso quotidiano.

E il digitale?

Programmi, interfacce, tastiere, piattaforme, smartphone, clicca qua clicca là, page up page down, ctrl+alt+del… È un mistero se la gente riesce in qualche modo a orientarsi nel labirinto di menu orizzontale verticale a matrice per trovare il modo di fare quello che vuol fare e che il programma, pare impossibile, è stato disegnato per fare.

Cominciamo dal principio. La prima difficoltà è trovare l’informazione desiderata. Google, alla fine, vive sull’inefficienza degli altri. Se fosse facile trovare quello che si cerca, non ci sarebbe bisogno di Continua a leggere

Panem et circenses

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La prova del cuoco, Hell’s Kitchen, Gusto, La prova del cuoco sabato in festa, Il boss delle torte, La boss della cucina, Dimmi cosa mangi, Man vs. food, Master chef [vari paesi], Cucine da incubo, Masterpasticciere di Francia, I menu di Benedetta, Cuochi e fiamme, Finger food factory, Hollyfood, L’ost (carini gli ultimi due titoli), Il re del cioccolato, Alice Master Pizza, [programmi vari di] Gordon Ramsay,  …

I palinsesti sono invasi da trasmissioni che parlano di cibo. Una ricetta non si nega a nessuno e non manca mai in qualsivoglia trasmissione. La si butta lì tra un ospite famoso e un servizio sull’ultimo atroce omicidio nell’ennesima villetta, senza pensarci. Si parla sempre di mangiare, ad ogni cambio di inquadratura c’è in agguato una frittata alla pizzaiola o un burrito di pollo con guacamole al lime, un cheesecake piuttosto che una rana pescatrice al sugo di pomodoro fresco, delle polpettine di tonno e ricotta seguite da una crostata di fichi caramellati (*). Come va la salivazione?!?

La sapeva lunga Giovenale! “Il popolo due sole cose ansiosamente desidera: mangiare e divertirsi”. Non siamo lontani da quei tempi, anche se tutta la tecnologica modernità che ci circonda sembra suggerire altrimenti.

La grande abbuffata

Secondo il WWF il costo economico diretto dello spreco alimentare ammonta a 750 miliardi di dollari. Secondo la FAO ogni anno vengono perdute o sprecate 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, più di un terzo di quello prodotto. Negli Stati Uniti (da un’indagine del Natural Resource Defence Council) si arriva a buttare via il 40% del cibo acquistato. Sempre secondo la FAO nella nostra decadente Europa si sprecano 180 chili di cibo all’anno per persona, di cui il 42% tra le mura di casa. Noi italiani siamo tra i peggiori. Compriamo, cuciniamo, ci ingozziamo, buttiamo via, spinti da Continua a leggere

In difesa degli imbecilli

“The only people who ever prize purity of ignorance are those who profit from a monopoly of knowledge”. Le uniche persone che apprezzano la purezza dell’ignoranza sono quelle che traggono profitto dal monopolio della conoscenza.

Orson Scott Card, I figli della mente

A proposito dell’invasione degli imbecilli sui social media descritta dal Professor Umberto Eco.

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E’ diverso quello di un intellettuale da quello di un imbecille?

La Chiesa riconosce la santità quando l’esempio di virtù eroiche è già morto da un pezzo; la laicità proclama i santi in vita, chiamandoli intellettuali. Tra tutti, il Professor Eco è particolarmente aulico; è un genio riconosciuto, un genio per eccellenza, è lui, il genio, non si scappa. Si è pure permesso il gusto di sconfinare tra la massa, scrivendo un romanzo di successo e dimostrando che anche confuso tra la folla degli scaffali lui è e rimane speciale. Di romanzi poi ne ha scritti altri sei, di due dei quali posso dire per esperienza diretta che sono un filo difficili da masticare. E vi parla uno che adora Dostoevskij.

L’ho visto una volta in una conferenza in Assolombarda insieme con Antonio Ricci, quello di Striscia la Notizia. Leggero, intelligente, elegante e spiritoso. Ricci. Il Professor Eco, un po’ diverso. A un certo punto è suonato un cellulare mentre lui parlava; il Professore ha preteso che il “maleducato” Continua a leggere

Top ten: perché NON mi piace la posta elettronica

  1. Ormai è diventata una schiavitù; la prima cosa da guardare la mattina, l’ultima la sera.
  2. E’ invasiva e invadente. C’è lo spam vero e proprio, quello delle pillole blu, dei finanziamenti a chiunque e delle vacanze da sogno; ma c’è anche quello appena più elegante del sito legittimo che, incontrato on-line, riesce a farsi autorizzare a inondarti di newsletter. Alla fine, butto via almeno il 90% di quello che si riceve. Al confronto la mia casella di posta cartacea dovrebbe essere grande come una stanza. Ed essere dotata di inceneritore (o si dice termovalorizzatore?).
  3. E’ confortante essere iscritto a servizi informativi che tutti i giorni, o tutte le settimane, depositano nella mia casella le notizie o gli approfondimenti di interesse. Ma di interesse di chi? La maggior parte dei contenuti selezionati sono irrilevanti, fuori contesto o scipiti. Frutto di scelte ispirate a una cattiva lettura delle esigenze del pubblico, o devote agli interessi degli inserzionisti.
  4. Uso e abuso del cc. Non se ne può più. Scrupolo di coscienza, interesse a far circolare l’informazione o paraculismo? Spesso il terzo: io te l’ho detto, ti ho passato la scimmia, la palla è nel tuo campo, anzi nel vostro, di tutti i riceventi, non sta a me decidere chi deve occuparsi del problema, una volta che ho avvertito tutti, ognuno saprà prendersi la propria responsabilità. Tranne io, che me ne sono liberato, facendo pure finta di avere fatto il mio dovere.
  5. Nella versione più mirata non c’è neanche bisogno del cc: esponendo il problema al destinatario diretto tramite un circostanziato messaggio di posta elettronica, mi libero della responsabilità di risolvere la questione, che passa tutta intera a lui. A meno che lui non mi ripaghi con la stessa moneta. L’intenzione di scaricare la sòla all’interlocutore può Continua a leggere