Scrivi, Socrate, scrivi

La parola sta morendo.

Ovvio, è un’esagerazione. Sicuramente non sta tanto bene e sto parlando di quella scritta; perché parlare, si parla tanto, troppo, da sempre.

Fatto sta che nella comunicazione su Internet e sui social media, predominano ormai largamente immagini, video, emoticon, emoji, gif, in breve tutte le forme di comunicazione che passano attraverso le immagini. A esagerare, un bel hashtag, quattro abbreviazioni, GR8 ROTFL CU L8R. Non si scrive più, si scrive poco, si scrive male.

Tutto sommato nulla di nuovo sotto il sole, non è la prima volta che lo scritto latita. Già agli albori della civiltà occidentale il vecchio Socrate, decano e simbolo di tutti i filosofi, sviluppava il suo pensiero in modo dialogico, chiacchierando con i suoi studenti mentre passeggiava sotto i Propilei. Il suo discepolo Platone arrivò a esprimersi in modo negativo su libri e testi scritti in genere; secondo lui infatti favorivano la conoscenza (bleah), mera trasmissione e ripetizione di concetti non capiti appieno, te lo vendo come l’ho comprato, appunto sulle pagine di un libro, tutto ciò a danno della Sapienza vero e unico valore da perseguire per l’uomo bello e nobile. La Sapienza è un viaggio di scoperta diverso per ciascuno di noi, passa per la ricerca, il dialogo, si parte da quello che si pensa di sapere per scoprire tutto il resto secondo un percorso non riproducibile, non codificabile, ogni volta differente. Proseguiamo: l’Iliade e l’Odissea rimasero per qualche secolo secoli affidati alla memoria e alla trasmissione orale di aèdi e rapsodi, subendo modifiche e affinamenti fino ad atterrare (purtroppo o per fortuna?) in forma scritta, immutata e immutabile.

Personalmente amo molto il testo scritto, mi piace scrivere e mi piace leggere. Penso che scrivere, piuttosto che disegnare o parlare, richieda di per sé maggior riflessione e focalizzazione. E’ questione della stessa lentezza propria dello scrivere, siamo Continua a leggere

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Sotto la pelle

Dall’amico Stefano ricevo la segnalazione di un interessante articolo sulla diffusione dei chatbot. La tesi principale del pezzo è che le app, da anni protagoniste della nostra vita su smartphone, verranno gradualmente sostituite dai bot, agenti intelligenti con un’interfaccia conversazionale. Un bot esegua una specifica operazione cui siamo interessati senza bisogno di una attenzione esplicita da parte dell’utente, obbedendo piuttosto a semplici comandi vocali o comunque testuali, all’interno di un dialogo naturale. Io parlo, lei o lui ascolta, mi chiede chiarimenti, poi agisce.

Le app sono ormai compagne quotidiane, ma sono compagne che richiedono attenzione e anche una certa dedizione. Quando abbiamo bisogno di attivare una specifica funzione utile per un nostro scopo specifico, dobbiamo fare pausa, aprire la app stessa, adattarsi alla sua logica o linguaggio e infine fare quello che ci interessa fare. Certo siamo facilitati dalla comodità dell’interfaccia touch e dal progressivo diffondersi di linee guida per la progettazione che hanno parzialmente omogeneizzato la logica di funzionamento e l’apparenza; ma il mondo delle app resta fortemente atomizzato. Questo produce una frantumazione dell’esperienza; ogni funzione che voglio compiere richiede un diverso oggetto, una diversa attenzione, continui pitstop a interrompere il flusso delle cose che facciamo e che vogliamo fare. La residua speranza di mantenere intatto il flusso dell’esperienza viene spezzato dal continuo fastidio delle notifiche che ci richiamano da qualunque cosa stessimo facendo per dirigerci verso il piccolo mondo chiuso di ogni specifica applicazione.

Chatbot e dematerializzazione

Nel caso del chatbot invece, mentre facciamo quello che ci interessa fare, impartiamo dei comandi vocali che il bot si incarica di interpretare ed eseguire, restando all’interno dell’esperienza reale che stiamo vivendo.

La storia del digitale può essere vista come una progressiva dematerializzazione dell’apparato sia hardware che software, dai mega computer che venivano ospitati in un intero edificio ai personal pc, tablet, smartphone, colonnine sulla credenza, e domani magari qualche implant sotto la pelle.

La parte software segue percorsi analoghi; dai comandi testuali sulla riga di programmazione, alle interfacce grafiche, ai dispositivi touch e adesso i comandi vocali.

Il rapporto con il mezzo diventa “seamless”, totalmente fuso con l’esperienza, esattamente come gli indumenti tecnici senza cucitura che si usano nello sport per non generare frizione tra l’abbigliamento e punti specifici della pelle. Corri, e non ti accorgi di avere le calze.

Tutto il marchingegno diventa “embedded”, come si dice nell’industria del software; la funzione resta nascosta all’interno del percorso di utilizzo dell’utente, pronta a essere risvegliata e azionata quando opportuno.

Mamma sono diventato trasparente

Le conseguenze di questi mutamenti sono e saranno importanti.

Tutti i servizi dovranno diventare trasparenti, inseriti nell’atto di utilizzo da parte del cliente. Tutto ciò che richiederà un’attenzione specifica, l’apertura o l’attivazione di determinate funzioni, verrà percepito come noioso, importuno e Continua a leggere

La terra di mezzo

Così si parlava con i computer, altro che riconoscimento vocale!

C’è poco da dire, sono un immigrato digitale. Sono nato e cresciuto nel mondo prima di Internet, prima degli smartphone, prima dei PC. Quando già avevo parola e consapevolezza, i miei occhi guardavano una realtà molto diversa da quella di oggi: un singolo computer occupava stanze intere, veniva istruito facendogli ingollare fogli bucati (davvero, non scherzo!) e compiva operazioni rudimentali, se paragonate alla potenza di un odierno cellulare di fascia bassa. Come il Ponchia nel Marrakech Express di Salvatores, ricordo la televisione in bianco e nero di Belfagor e Rin Tin Tin; niente giochi elettronici per divertirsi, da bambino; niente intelligenza artificiale, si faceva con quello che c’era. O che non c’era, come adesso, se parliamo di intelligenza.

Bei tempi? A un certo punto mi sono convinto di essere nato nel momento sbagliato, troppo tardi e troppo presto allo stesso tempo.

Quando ho iniziato a lavorare ed ero un giovane lupacchiotto avido di Continua a leggere

What a wonderful world

Poche ore a Natale, vorrei fare un regalino in anticipo.

Questa canzone è un indimenticabile classico di Louis Armstrong e della sua voce meravigliosa come il mondo, che appunto è wonderful. Voglio ricordare però anche l’elettrizzante versione punk di Joey Ramone, in una versione stravolta ma riuscitissima, perché il mondo può essere meraviglioso in molti modi diversi.

La cover che riporto qui sotto è più simile all’originale, soffice e incantata ma robusta, piena di sostanza, niente zuccheri o dolcificanti, non ce n’è bisogno.

Voglio fare una dedica particolare agli amici metallari e in generi a tutti i sostenitori del chitarrismo, della musica e della vita acrobatica, per dire che la

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L’amore non si compra

Rompo il digiuno da blog (troppi impegni di lavoro e non) per fare gli auguri; quest’anno poi cadono in un giorno che è molto bello per la musica.

I Beatles, da sempre assenti per scelta da tutte le piattaforme di streaming, sono disponibili da stamattina su Spotify, Google Play, Apple Music & co. Possiedo ovviamente parecchi CD del quartetto di Liverpool, ma abituato ormai a fruire della musica via piattaforma non li ascoltavo da un po’ di tempo. La magia è sempre lì, intatta: il suono di ogni strumento, esattamente quello giusto, l’equilibrio perfetto degli arrangiamenti, l’impasto dei cori, le melodie eterne, i testi …

E’ stato grandioso farsi la barba a poche ore da Natale ascoltando i Fab Four che mi raccomandavano cose assolutamente adatte alla vigilia, mica roba da poco: raccoglietevi tra di voi, proprio adesso, e se siete uomini che non si trovano in nessun posto, tornate al luogo cui appartenevate una volta, perché l’amore non si può comprare.

Già, proprio così, Can’t Buy Me Love. Il mio augurio per questo Natale è di tirare il fiato domani per qualche minuto e scoprire una volta ancora che l’amore (per chi crede, l’Amore) arriva gratuitamente, e gratuitamente va donato. Can’t Buy Me Love. Buon Natale a tutti.

 

Chiedere scusa non basta

Imbrogliare i consumatori; inquinare il pianeta; imbrogliare i consumatori inquinando il pianeta; insultare colleghi o colleghe con battute razziste/sessiste/di cattivo gusto; non pagare le tasse invocando residenza a Montecarlo; essere membro di una qualche loggia segreta tra le tante che infestano il paese e il mondo; predicare implacabili l’etica più stringente mentre passi le serata con spogliarelliste/i.

Se sei un’azienda o un personaggio pubblico, non importa quanto grossa la fai; basta chiedere scusa davanti alle telecamere, o su Twitter, alla peggio mostrare qualche lacrima e promettere di non farlo mai più. Tutto qui? Finita lì? In fondo abbiamo voglia di perdonarli, perché nella società dei riflettori la caduta aggiunge sapore a una storia magari un po’ insipida. Sospetto che qualche broker o agente di divi, cantanti, sportivi o attori, consigli ai suoi clienti di fare un bell’errore clamoroso, spiacevole, sconveniente, farsi beccare, per poi presentarsi piangente davanti alle telecamere e rendere un po’ di abbrivio a una immagine sbiadita.

Le scuse non valgono se non sono accompagnate da una riparazione, pur simbolica, a mostrare che effettivamente sei dispiaciuto, sei triste perché sai che si è rotto qualcosa nel legame di fiducia Continua a leggere

Il raggio verde

Amo le albe e i tramonti.

Mi piace contemplarli, tacere mentre mi perdo nella loro luce soffusa e fotografarli per cercare di fermarne il mistero.

Sono prediletti da molti; in tutti i luoghi di vacanza troverete un belvedere particolarmente affollato nei minuti in cui il sole spunta, o in quelli in cui si nasconde dietro l’orizzonte.

Mi sono chiesto la ragione di questa magia, di questa fascinazione e penso di avere capito che il carisma risiede nell’effimero. La natura ci propone molti momenti di straordinaria bellezza, ma albe e 8800005830_4dc459c813_otramonti sono lì per un solo unico momento sfuggente, tanto sottile da non esistere quasi. Il sole fa capolino, ancora si nasconde, finalmente si è scoperto ma un momento dopo è già alto e luminoso; oppure, alla sera, è lì, c’è ancora, reclina, declina, e in un secondo non c’è più. Così è la bellezza del mondo, tutta. Per chi crede, la bellezza di un’alba, o di un tramonto, stanno nella speranza che quella bellezza così fragile non verrà perduta; chi non crede soffre dell’incanto sublime di una bellezza assoluta proprio perché non tornerà più.

Sono uscito un po’ dal seminato degli argomenti di cui parlo di solito, ma volevo trovare un modo speciale per augurare buone vacanze a tutti. Vi auguro albe meravigliose e tramonti sfolgoranti, sul mare, tra le cime delle montagne o il profilo delle skyline delle nostre città. Se siete fortunati potreste scorgere all’orizzonte, sia pure per pochi attimi, una luce verde come la speranza. Difficilissimo fotografarla con smartphone e video camere digitali, vi toccherà riempirvene gli occhi prima che scompaia. Buone vacanze!

Photo credits: l’Inside Passage nei pressi di Vancouver