Il più grande

Un milione di persone al funerale. Cori, fumogeni, urla. I dipendenti dell’agenzia funebre licenziati perché scattavano selfie con il cadavere. Pesanti scontri tra polizia e tifosi. Assembramenti “mask free” da Buenos Aires a Napoli. Le prime pagine di tutti i giornali intorno al mondo dedicate a lui, così come i primi 10 minuti di ogni notiziario in tutti paesi.

“Dieu est mort”, ha titolato l’Equipe. Ci sono più tifosi che cattolici intorno al mondo, mi faceva notare una persona a me vicina. In effetti, al funerale di Gesù Cristo c’era un pugno di persone, a svelare la differenza tra la gloria del mondo e quell’altra. La mano di Dio fa molte cose, ma difficilmente aiuta a segnare gol irregolari.

Tutto questo per qualcuno chiacchierato per abusi, frequentazione innominabili, litigi con il fisco, figli disconosciuti …

Eppure le immagini di alcuni gol, di certe cavalcate a tutto campo, di una confidenza con il pallone propria dei grandi maestri che sanno addomesticare oggetti inanimati fino a integrarli con la propria volontà, degli scatti guizzanti che “lasciavano sulle gambe” i terzini sconfortati, sanno regalare ogni volta (all’appassionato di calcio, per lo meno) un sentimento originale. Dopo tutto lo sport non è solo esercizio fisico, non serve solo per “stare in forma”. Il calcio può ispirare un libro come “La compagnia dei celestini”; il fitness, no.

Lui era il più grande, personalmente non ho dubbi. E lo era anche per la persona che era, per gli aspetti della sua vita che non ha senso sforzarsi di comprendere e accettare. Non era solo un grande campione (ce n’è pochi, pochissimi, ma ce n’è) era il più grande perché cresceva l’erba dove lui passava con il pallone, e per la sua figura umana che sfondava i confini delle pubbliche relazioni, nel bene e nel male.

Il mondo che ci viene presentato tutti i giorni in televisione è fatto di peccati triviali e debolezze meschine, così come di grandezze effimere e trionfi di plastica. La grandezza, così come la povertà umana, sono pre digeriti e addomesticati, molati e fresati in modo da rasare ben bene gli spigoli ed eliminare le sporgenze. Il sublime resta emozione di una sera, e il delitto è cosa che non interrompe la digestione. Lo spettacolo è diventato intrattenimento e il castigo è il passaggio da un appartamento chiuso a uno studio televisivo. Tanto è vero che c’è ormai la corsa a raccontare, svelare, confessare debolezze, tradimenti e peccati. Sono così insignificanti che si chiede loro di suscitare 1 minuto di lacrime e qualche punto di audience, nulla più.

Il gol contro l’Inghilterra nel 1986, invece, mi costringe tutte le volte a posare il cucchiaio e guardare il televisore mentre, lo confesso, mi corre un brivido sulla schiena. Certe vite hanno l’afflato della tragedia greca, che entra nei nessi tra cuore e cervello. Bene e male, brutto e bello rimangono, in certi personaggi, irriducibili, clamorosi e fastidiosi nella loro prorompente realtà. Rendono insignificante l’emozione da reality e la grandezza da talent show.

E’ morto Diego Armando Maradona, è morto il più grande giocatore di futbol di tutti i tempi.

Goodbye Sky Goodbye

Sono stato uno dei primi utilizzatori della televisione satellitare in Italia, fungendo da beta tester ancora prima che il servizio fosse avviato commercialmente. Roba vecchia, fine anni 80, figuriamoci che il digitale terrestre non si sapeva ancora cosa fosse, il gioco era tutto sui primi 9 tasti del telecomando, più qualche televisione locale a fare un po’ di colore. Sono dunque, con tutta probabilità, uno dei primi 100 utenti italiani del satellite, forse anche uno dei primi 10. Da allora ho vissuto gli anni di Telepiú, la fusione con Stream, il progressivo sviluppo di Sky, Multivision, Sky HD, MySky, Sky Go…

Il legame si è progressivamente sviluppato negli anni, è diventato sempre più solido e intimo, una frequentazione quotidiana che è diventata parte della mia vita. Il valore della fedeltà costruito su anni di convivenza, a dividere divertimento, avventura, terrore e comicità. Tra guerre, indagini poliziesche, breaking news e eventi sportivi.

E poi …

La lunga storia d’amore tra me e Sky si è conclusa lo scorso 31 luglio, dopo quasi trent’anni passati insieme.

Quando ho deciso di farla finita, non posso dire di averlo fatto a cuor leggero, perché insieme al satellite se ne è andato un pezzo di me. Ora in effetti la mia vita è diversa, mi dedico a nuove compagne avventizie, senza sapere se Continua a leggere

Internet si è fermata a Sanremo

Cosa c’è di più analogico del festivalone nostrano? Gira il mondo gira, attorno al teatro Ariston, e nulla cambia. L’unica vera grande rivoluzione è stato il passaggio dal bianco e nero al colore e anche questo tutto sommato non ha fatto molta differenza. Tra l’altro il fascino del black & white di alcune vecchie registrazioni ha molto più appeal dell’alta definizione di oggi. LCD e plasma che soccombono al catodico.

Sanremo e il trash televisivo

Confesso di essere un patito di Sanremo. Che volete, ognuno ha diritto a un momento trash, giusto per ritemprarsi dalle fatiche dell’intelletto. Ogni tanto vale la pena prendersi una pausa e guardare il reality di turno, abbeverandosi alla fonte della stupidità, un sorriso ebete sul volto e una striscia di saliva che cola sul cuscino del divano. Quello che conta è ripartire poi, con una lieve sensazione di nausea, ma sempre più convinti a non dimenticare mai che provare a usare il cervello è faticoso (ringrazio chi si asterrà da facili ironie), ma che rinunciare a questa fatica significa abbandonarsi a un baratro immondo, un bicchiere pieno di luci e lustrini che al fondo ha il gusto della noia. Non dimentichiamolo: non c’è redenzione Continua a leggere

Minchia signor Faletti

Muriel suona il piano
Ogni venerdì sera all’Hollywood
Mi hanno accompagnato a vederla
E mi hanno chiesto di fare un numero musicale insieme a lei
Allora ho cantato con tutta la potenza di cui ero capace
E lei mi ha chiesto: “Dimmi, figliolo, sei cristiano?”
Le ho risposto “Beh, lo sono stasera”.

E’ l’ultima strofa della bellissima “Walking in Memphis” di Marc Cohn. Volessi tradurre in un concetto quanto descritto dalla canzone (tentativo sempre pericoloso quando si tratta di espressioni artistiche), potrei sostenere che nella magia della notte di Memphis l’intensità dell’espressione sopperisce alla mancanza di fede. Crederci invece che credere. “Come se”, grazie all’entusiasmo, alla voglia di esserci e di provarci.

E’ quello che mi è venuto in mente all’annuncio della morte di Giorgio Faletti. Dei suoi libri ho letto solo il primo. Delle sue canzoni ricordo solo quella del Tenente. Ovviamente rimane nel ricordo di tutti il Vito Catozzo del Drive In. Alla fine il ricordo per me più vivido è quello delle sue interviste, intercettate in qualche talk show, in cui parlava con assoluta convinzione delle sue realizzazioni artistiche così variegate. Dico “realizzazioni” e non “tentativi” perché nulla traspariva di un qualche timore nel confrontarsi con discipline così impegnative come la canzone d’autore o il thriller mainstream. Da Vito Catozzo al milite dei Carabinieri senza alcuna esitazione né timidezza, guidato dalla certezza di avere le qualità necessarie per riuscire brillantemente in campi pur così diversi e impegnativi.

Non sto parlando di presunzione, perché altrimenti il caso si risolverebbe facilmente e non metterebbe conto parlarne; i presuntuosi abbondano, e su questo c’è poco da dire. La chiave della sua ambizione era l’intensità assoluta, gli occhi che brillavano rilucendo di entusiasmo per l’ultima creatura della sua ricca vena creativa, la fiducia prorompente nella proprie capacità di riuscire che bastava a sé stessa, sia pure in presenza di qualche lacuna tecnica.

Questo ne ha fatto un personaggio notevole, che va ricordato. La “liquidità” offerta dalla vita moderna è stata “liquidata” come caratteristica negativa dai socio-filosofi polacchi ed effettivamente c’è troppo di effimero e inconsistente nella nostra continua ricerca di essere quello che non siamo. Ma c’è un lato positivo nelle innumere possibilità offerte oggigiorno da scienza, tecnica, tecnologia, facile accesso alla conoscenza e alle abilità. Ci consentono di spingerci dove in altre epoche non avremmo osato. Se è vero che il “se voglio posso” puzza di delirio di onnipotenza, è anche vero che è più facile trasformare un sogno in un progetto, e allontanare il confine del “non posso, anche se vorrei”.

Minchia, Signor Faletti, ho appreso della sua scomparsa, e mi dispiace.