Internet si è fermata a Sanremo

Cosa c’è di più analogico del festivalone nostrano? Gira il mondo gira, attorno al teatro Ariston, e nulla cambia. L’unica vera grande rivoluzione è stato il passaggio dal bianco e nero al colore e anche questo tutto sommato non ha fatto molta differenza. Tra l’altro il fascino del black & white di alcune vecchie registrazioni ha molto più appeal dell’alta definizione di oggi. LCD e plasma che soccombono al catodico.

Sanremo e il trash televisivo

Confesso di essere un patito di Sanremo. Che volete, ognuno ha diritto a un momento trash, giusto per ritemprarsi dalle fatiche dell’intelletto. Ogni tanto vale la pena prendersi una pausa e guardare il reality di turno, abbeverandosi alla fonte della stupidità, un sorriso ebete sul volto e una striscia di saliva che cola sul cuscino del divano. Quello che conta è ripartire poi, con una lieve sensazione di nausea, ma sempre più convinti a non dimenticare mai che provare a usare il cervello è faticoso (ringrazio chi si asterrà da facili ironie), ma che rinunciare a questa fatica significa abbandonarsi a un baratro immondo, un bicchiere pieno di luci e lustrini che al fondo ha il gusto della noia. Non dimentichiamolo: non c’è redenzione Continua a leggere

Minchia signor Faletti

Muriel suona il piano
Ogni venerdì sera all’Hollywood
Mi hanno accompagnato a vederla
E mi hanno chiesto di fare un numero musicale insieme a lei
Allora ho cantato con tutta la potenza di cui ero capace
E lei mi ha chiesto: “Dimmi, figliolo, sei cristiano?”
Le ho risposto “Beh, lo sono stasera”.

E’ l’ultima strofa della bellissima “Walking in Memphis” di Marc Cohn. Volessi tradurre in un concetto quanto descritto dalla canzone (tentativo sempre pericoloso quando si tratta di espressioni artistiche), potrei sostenere che nella magia della notte di Memphis l’intensità dell’espressione sopperisce alla mancanza di fede. Crederci invece che credere. “Come se”, grazie all’entusiasmo, alla voglia di esserci e di provarci.

E’ quello che mi è venuto in mente all’annuncio della morte di Giorgio Faletti. Dei suoi libri ho letto solo il primo. Delle sue canzoni ricordo solo quella del Tenente. Ovviamente rimane nel ricordo di tutti il Vito Catozzo del Drive In. Alla fine il ricordo per me più vivido è quello delle sue interviste, intercettate in qualche talk show, in cui parlava con assoluta convinzione delle sue realizzazioni artistiche così variegate. Dico “realizzazioni” e non “tentativi” perché nulla traspariva di un qualche timore nel confrontarsi con discipline così impegnative come la canzone d’autore o il thriller mainstream. Da Vito Catozzo al milite dei Carabinieri senza alcuna esitazione né timidezza, guidato dalla certezza di avere le qualità necessarie per riuscire brillantemente in campi pur così diversi e impegnativi.

Non sto parlando di presunzione, perché altrimenti il caso si risolverebbe facilmente e non metterebbe conto parlarne; i presuntuosi abbondano, e su questo c’è poco da dire. La chiave della sua ambizione era l’intensità assoluta, gli occhi che brillavano rilucendo di entusiasmo per l’ultima creatura della sua ricca vena creativa, la fiducia prorompente nella proprie capacità di riuscire che bastava a sé stessa, sia pure in presenza di qualche lacuna tecnica.

Questo ne ha fatto un personaggio notevole, che va ricordato. La “liquidità” offerta dalla vita moderna è stata “liquidata” come caratteristica negativa dai socio-filosofi polacchi ed effettivamente c’è troppo di effimero e inconsistente nella nostra continua ricerca di essere quello che non siamo. Ma c’è un lato positivo nelle innumere possibilità offerte oggigiorno da scienza, tecnica, tecnologia, facile accesso alla conoscenza e alle abilità. Ci consentono di spingerci dove in altre epoche non avremmo osato. Se è vero che il “se voglio posso” puzza di delirio di onnipotenza, è anche vero che è più facile trasformare un sogno in un progetto, e allontanare il confine del “non posso, anche se vorrei”.

Minchia, Signor Faletti, ho appreso della sua scomparsa, e mi dispiace.