Albe e tramonti

Finisce il 2020 e dietro l’angolo spunta il nuovo anno. Tramonta il sole, fra poco sorgerà il sole.

Le foto di albe e tramonti sono spesso stupende a prescindere dall’abilità del fotografo, e hanno una speciale caratteristica: è molto difficile, se non impossibile, distinguere le une dagli altri. Il sole stava affondando nel crepuscolo, o scaturendo dall’aurora? E’ evidente nel presente, ma visti in retrospettiva, fine e inizio si confondono, e la lascio lì senza insistere a filosofeggiare.

Ho selezionato dall’archivio foto mie provenienti da molti incantevoli angoli della terra, ma anche dal balcone di casa mia (che è un bel posto, ma non lo definirei incantevole).

E’ un’altra caratteristica di questi momenti speciali, la loro bellezza non dipende dal luogo o dalla situazione, isola tropicale o triste paesaggio suburbano, sanno dipingere di magico qualsiasi posto e qualsiasi momento.

Buon Capodanno, buona fine, buon inizio.

(suggerisco di cliccare su una foto per ingrandirla e poi scorrere per visionare le altre, + un peccato perdere il dettaglio di certi colori)

L’illusione e la speranza

Questo è stato un anno davvero difficile per tutti e sicuramente anche per me. A pochi giorni dalla fine del 2020 vorrei dunque fare delle considerazioni in diretta dal cuore, così come richiede un periodo davvero particolare.

Per alcuni (molti?) di noi le difficoltà sono state davvero gravi. E’ difficile accettare le limitazioni della libertà personale, le battute di arresto, le perdite, i timori e le paure, le sofferenze e i problemi che non si può o non si riesce a risolvere.

Mi sorprendo ogni tanto a ribellarmi a quello che è successo in questi mesi. E’ probabilmente futile, ma è nella natura dell’uomo volere sempre di più e tutto sommato io spero di non arrendermi mai alle difficoltà, senza la speranza di poterle rovesciare. Insomma, rivendico la capacità di non rassegnarmi, nelle cose piccole come nelle grandi. Potremmo anche chiamarla speranza, in una versione un poco acida e rivendicativa.

Non rassegnarsi significa anche non illudersi, inducendo sé stessi a credere che in realtà si tratta solo di accidenti, fenomeni di passaggio sotto i quali c’è una struttura più vera della realtà che rende insignificanti gli infiniti inciampi che costellano i nostri giorni. La natura dell’uomo è fatta anche di infelicità, leopardiana costante compagna, cui non c’è modo di sfuggire con credenze consolatorie. “Trovare la felicità tra le persone intelligenti è la cosa più rara che conosco” chiosava Ernest Hemingway. Ho frequentato e approfondito le filosofie orientali, che sostengono che la vita è altrove. Appunto; e allora non mi interessano.

È anche la ragione per cui la considerazione che c’è chi sta peggio non ha mai consolato nessuno. Perché dovrebbe? Sarebbe odioso in quanto userebbe il disagio degli altri per sostenere la propria felicità. La sofferenza personale è assoluta, nel senso che non è paragonabile e oggettivabile. Piuttosto, la propria esperienza può e deve creare empatia e solidarietà, uno sguardo che comprende, accarezza e sa stare vicino. E’ giusto e doveroso conservare un’ampia riserva di attenzione per chi, effettivamente, sta peggio, qualunque siano i nostri guai. La pena dell’insensibilità è un’esistenza sterile e spesa a difendere il proprio sempre più angusto spazio vitale.

Per cui teniamoci stretta l’esperienza delle cose che abbiamo visto e delle persone che abbiamo conosciuto nelle circostanze e nei momenti più difficili di quest’anno; dobbiamo tenere alle nostre ferite come alla parte più vera di noi, insieme alle nostre gioie più sublimi, entrambe ci faranno preziosa compagnia finché avremo fiato.

Nonostante tutto mi rifiuto di classificare il 2020 come un anno perso. Io, Alessandro, mi porterò nel 2021 un patrimonio formidabile. Le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicine fino in fondo, prime fra tutte il tesoro inestimabile della mia famiglia. Quelli che hanno teso una mano anche quando non dovevano, o non gli conveniva. I semplici conoscenti che si sono rivelati veri amici, gioielli di cui non sospettavo la brillantezza. La capacità ogni mattina (quasi sempre) di liberarmi dei fantasmi della notte e trovare la voglia e la passione per voltare pagina. Lo sguardo che è capace di non tremare anche quando le garanzie e le assicurazioni vengono meno, per misurarsi alla pari con qualunque circostanza la sorte vorrà proporre. Lo stupore di scoprire come il mondo sia grande, immenso e meraviglioso e come ogni perdita sia anche l’innesco per una nuova avventura. E infine alcune persone in camice bianco e verde, angeli sulla linea del fronte dotati di un pozzo infinito di pazienza, umanità e passione. Questo post, oltre che alla mia famiglia, è dedicato in particolare a loro, ai medici e agli infermieri dell’UTIC dell’ospedale di La Spezia.

Non porterò nel 2021, non voglio portarmi, il ricordo degli altri, di quelli che hanno fatto detto pensato la cosa sbagliata, al momento sbagliato, nel modo sbagliato, e chi potendo, non ha fatto quello che doveva. Ignoranza, stupidità, noncuranza … il loro pensiero non appesantirà il mio zaino. Ognuno alla sera va a casa con sé stesso, può essere una benedizione o meno, e per dirla tutta non sono certo io a potere giudicare qualcosa o qualcuno, sa il Cielo se non ho anch’io la mia buona dose di povertà e fallimenti. In questo mi consola un’altra citazione del mio adorato Ernest “The first draft of everything is shit” la prima bozza di qualunque cosa è inevitabilmente una stronzata, vale anche per la vita.

Nel fango di quest’anno che volge al tramonto sono cresciuti dei fiori. Per chiudere vorrei dunque ricordare un’iniziativa cui tengo molto, a cavallo tra musica e solidarietà, una musica che parla di sogni, speranza, infanzia e umanità, una solidarietà diretta a un’associazione di famiglie che lottano contro una malattia che colpisce i bambini rovinando i loro sogni e la loro speranza, ma che è troppo rara per suscitare interesse e attenzione.

Basta cliccare su questo link e seguire le istruzioni per iniziare il 2021 con un piccolo tesoro in tasca.

Sperèm

Il lazzaretto di Milano

A pena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell’erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino.

Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che quell’acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n’avrebbe più ingoiati altri; che, tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sè per qualche tempo.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXVII

Immagine da wikipedia.org

Sul “purpose”: un dialogo fake-socratico

Erissia: “Ma che cavolo è? “Purpose”? Che nome strano, non ha qualcosa di oligarchico? O di regale? Non siamo mica in Persia! E poi è mal scelto. Nei miei viaggi verso i mercati della Fenicia ho incontrato persone che venivano da molti paesi diversi e c’è una regola importante sull’uso dell’inglese internazionale: evitare i sostantivi che contengono la sillaba “pur”, tipo “purchasing” o appunto “purpose”. Per alcune nazionalità sono sostanzialmente impossibili da pronunciare. Se avete un amico di Marsiglia, provate a chiedere a lui!”

Socrate: “Ma queste sono sciocchezze”.

Erissia: “Vero. Però non riesco a capire perché ne parlano tutti, perché dicono tutti che è sempre più importante per le aziende. Anzi, a dire la verità, caro maestro, non ho ancora capito bene di cosa si tratti”.

Socrate: “Il Purpose è la risultante solo in parte dei valori e della storia aziendali, ma è invece determinato da quello che l’azienda vorrebbe realmente essere. È la promessa di fiducia, di un rapporto che vede al centro non più il cliente o consumatore, ma la persona, in modo da vivere un’esperienza relazionale tra brand e cliente o potenziale tale, grazie ad un approccio unico, specifico, identitario. In altre parole è il valore autentico e il ruolo sociale di una marca che le permette simultaneamente di accrescere il proprio business e avere un impatto positivo sul mondo. Insomma, il purpose è la ragione per cui qualcosa esiste. Per le aziende ed i brand rappresenta l’insieme di idee, valori e propositi che ne caratterizzano l’essenza. Esplicitare il purpose di un brand significa esprimere la propria vision, non soltanto in termini economici e commerciali, ma anche a livello di cultura aziendale in senso ampio. Qual è l’idea di società che l’azienda vuole contribuire a creare? Quali sono i valori che condivide? I brand oggi non possono più essere distanti dalla vita delle persone e dalle questioni che i loro potenziali clienti reputano importanti e su cui dibattono quotidianamente. E’ necessario che i brand prendano posizione anche su temi etici e di rilevanza sociale”.

Erissia: “Ma ti senti quando parli?!? E poi scusa, non è che sei semplicemente andato su Google? Comunque mi spiace, ancora non ci capisco niente”.

Socrate: “Te la spiego da semplice cittadino e uomo della polis. Ai nostri giorni l’azienda e i suoi marchi devono abbracciare dei temi importanti, umani, sociali, potenzialmente anche divisivi, in modo da portarsi a un livello più alto, per così dire al piano superiore, in modo che i clienti quando pensano all’azienda e ai suoi prodotti vedano piuttosto dei valori di importanza assoluta. Mastico la merendina e penso all’inclusione e alla parità tra generi. Verso il detersivo nel piattello della lavatrice e intuisco che mi sto impegnando per l’accoglienza. Indosso le scarpe comprate ieri e so che sto prendendo posizione contro l’omofobia”.

Erissia: “Ma come si capisce che si tratta di un impegno autentico e non una subdola tecnica di marketing con il semplice scopo di vendere più merendine, detersivi, scarpe?”

Socrate: “Beh, queste aziende hanno preso posizioni serie, ferme, risolute, in modo inequivocabile e a volte provocatorio, rischiando addirittura di perdere clienti e fatturatopur di promuovere il proprio purpose!”

Erissia: “Ma li hanno poi persi i clienti?”

Socrate: “No anzi ne hanno guadagnati. Anche perché a perdere clienti sono le altre aziende, quelle che non si battono per i vessilli della moderna società aperta e progressiva”.

Erissia: “Eddai!”

Socrate: “Sembra di sentire parlare un cinico! Recentemente frequenti troppo quel sofista di Prodico”.

Erissia: “Per carità, mi conosci bene, sai che per me la dimensione etica dell’azienda è irrinunciabile e sai anche che ho pagato un prezzo per questa mia convinzione. Ma non pensi che basterebbe seguire le regole della giustizia che stanno già all’interno di una corretta attività di impresa? Tipo pagare salari equi, non disperdere nell’ambiente rifiuti tossici, non corrompere funzionari pubblici, e tutto il resto? Insomma, comportarsi in modo retto. Anche perché parlarne, se ne parla dal tempo degli Assiro Babilonesi, ma farlo … guardiamoci intorno!”

Socrate: “Secondo me ti sfugge il nocciolo del problema. Tu parli di giustizia, qui si parla di purpose”.

Erissia: “Appunto! E poi guarda che neanche tu lo pronunci bene, con tutte le tue arie da filosofo. Comunque, se adesso le aziende si battono per salvare il mondo, immagino che vengano guidate da idealisti, condottieri romantici, filosofi e sognatori”.

Socrate: “No in realtà sono guidati dalle stesse persone che le guidavano prima”.

Erissia: “Cioè gli stessi che …? Dai, sono stufo di cercare la verità, andiamo a mangiarci un bel cyceon, c’è un nuovo posto proprio sotto l’acropoli dove per farlo usano latte di giumenta e una farina d’orzo imbattibile”.

Socrate: “Prodotti da agricoltura sostenibile?”

Arissia: “Non lo so, so però che hanno appena lanciato una campagna per la difesa delle minoranze etniche in Cilicia”.

Le definizioni di Purpose sono prese da: https://www.francescodenobili.it/purpose-significato-brand-marketing/ https://www.uominiedonnecomunicazione.com/purpose-aziendale-studio-di-omnicom-pr-group/https://strategiaecontenuti.it/Andrea-Stella/approfondimenti/purpose-cose-e-perche-e-importante/ Chiedo perdono ai citati per l’ironia delle citazioni. In realtà suggerisco di visitare queste pagine per farsi una migliore idea di cos’è il “purpose” perché può essere importante per le aziende.

Il più grande

Un milione di persone al funerale. Cori, fumogeni, urla. I dipendenti dell’agenzia funebre licenziati perché scattavano selfie con il cadavere. Pesanti scontri tra polizia e tifosi. Assembramenti “mask free” da Buenos Aires a Napoli. Le prime pagine di tutti i giornali intorno al mondo dedicate a lui, così come i primi 10 minuti di ogni notiziario in tutti paesi.

“Dieu est mort”, ha titolato l’Equipe. Ci sono più tifosi che cattolici intorno al mondo, mi faceva notare una persona a me vicina. In effetti, al funerale di Gesù Cristo c’era un pugno di persone, a svelare la differenza tra la gloria del mondo e quell’altra. La mano di Dio fa molte cose, ma difficilmente aiuta a segnare gol irregolari.

Tutto questo per qualcuno chiacchierato per abusi, frequentazione innominabili, litigi con il fisco, figli disconosciuti …

Eppure le immagini di alcuni gol, di certe cavalcate a tutto campo, di una confidenza con il pallone propria dei grandi maestri che sanno addomesticare oggetti inanimati fino a integrarli con la propria volontà, degli scatti guizzanti che “lasciavano sulle gambe” i terzini sconfortati, sanno regalare ogni volta (all’appassionato di calcio, per lo meno) un sentimento originale. Dopo tutto lo sport non è solo esercizio fisico, non serve solo per “stare in forma”. Il calcio può ispirare un libro come “La compagnia dei celestini”; il fitness, no.

Lui era il più grande, personalmente non ho dubbi. E lo era anche per la persona che era, per gli aspetti della sua vita che non ha senso sforzarsi di comprendere e accettare. Non era solo un grande campione (ce n’è pochi, pochissimi, ma ce n’è) era il più grande perché cresceva l’erba dove lui passava con il pallone, e per la sua figura umana che sfondava i confini delle pubbliche relazioni, nel bene e nel male.

Il mondo che ci viene presentato tutti i giorni in televisione è fatto di peccati triviali e debolezze meschine, così come di grandezze effimere e trionfi di plastica. La grandezza, così come la povertà umana, sono pre digeriti e addomesticati, molati e fresati in modo da rasare ben bene gli spigoli ed eliminare le sporgenze. Il sublime resta emozione di una sera, e il delitto è cosa che non interrompe la digestione. Lo spettacolo è diventato intrattenimento e il castigo è il passaggio da un appartamento chiuso a uno studio televisivo. Tanto è vero che c’è ormai la corsa a raccontare, svelare, confessare debolezze, tradimenti e peccati. Sono così insignificanti che si chiede loro di suscitare 1 minuto di lacrime e qualche punto di audience, nulla più.

Il gol contro l’Inghilterra nel 1986, invece, mi costringe tutte le volte a posare il cucchiaio e guardare il televisore mentre, lo confesso, mi corre un brivido sulla schiena. Certe vite hanno l’afflato della tragedia greca, che entra nei nessi tra cuore e cervello. Bene e male, brutto e bello rimangono, in certi personaggi, irriducibili, clamorosi e fastidiosi nella loro prorompente realtà. Rendono insignificante l’emozione da reality e la grandezza da talent show.

E’ morto Diego Armando Maradona, è morto il più grande giocatore di futbol di tutti i tempi.