Per un governo sociale

Ovvero: e dai Mario, apri ‘sto benedetto account Twitter e inizia a dirci quello che pensi.

Quando troppo e quando troppo poco.

Abituati alla bulimia comunicativa di certi politici, è difficile adattarsi alla ferrea dieta mediatica del premier Draghi e di molti altri ministri del nuovo governo, sostanzialmente assenti dall’arena dei social. Sbagliano loro? Sbagliavano quelli prima?

File:Giuramento Governo Conte II.jpg - Wikipedia

Il movimento 5 stelle è arrivato ad essere il partito più votato in Italia evitando accuratamente qualunque passaggio dai media tradizionali, per appoggiarsi ai solo mezzi digitali, social compresi, e il blog di Grillo qualche anno fa era il più visitato al mondo. Matteo Salvini è uno dei politici con più follower su Facebook al mondo (non ho trovato statistiche recenti ma l’anno scorso, per intenderci, era secondo solo a Trump). E adesso? Ci siamo ridotti ad avere dei ministri della Repubblica, addirittura il capo del governo, senza profili social? E’ uno scherzo?

La ricerca del consenso

Metto subito le mani in avanti, non intendo in alcun modo fare discorsi politici, sono argomenti esclusi da queste pagine; porto avanti solo qualche riflessione in termini di comunicazione.

Parto da una constatazione. L’attuale governo non è frutto del consenso popolare, anche se al momento lo sta incontrando, per cui finora non ha avuto bisogno di comunicare. Basterà anche per il prossimo futuro, quando metterà le mani in pasta e prenderà decisioni che impatteranno sulla vita di tutti? La cifra interpretativa offerta da subito è quella del “comunichiamo solo quello che facciamo, e se non facciamo nulla non abbiamo niente da comunicare”. Ma il consenso, almeno quello sui singoli atti legislativi, non va costruito prima? E l’atto decisionale non è definito nella sua stessa essenza anche dal modo in cui viene presentato, che ne costituisce e ne costruisce la chiave di lettura? Chi ha pratica manageriale sa bene che anche in azienda (dove peraltro non si tengono elezioni e non vige la democrazia) le decisioni importanti vanno ben preparate e condivise con cura, cosa che spesso richiede fatica e pazienza. Altrimenti la qualità “tecnica” della decisione (cioè il fatto che quella sia effettivamente la cosa giusta da fare) viene compromesso dal modo in cui viene accolta, interpretata, agita. Può dunque un processo di comunicazione sostanzialmente ex post essere efficace per il governo di un paese?

Comunicare bene

Mi pare evidente che veniamo da un periodo in cui abbiamo sofferto un evidente deficit nel modo in cui si comunicano gli indirizzi del governo in tema di pandemia. Comunicano tutti, in ordine sparso, in modo contraddittorio, con differenza di opinioni, convinzioni, accenti, toni e intenzioni. Neanche sui dati c’è consenso. In realtà, non è neanche chiaro chi sia “il governo”, tra ministri, sottosegretari, comitati variamente tecnici e scientifici, governatori, coordinatori, commissari, ognuno a parlare a cavallo tra il titolo personale e quello istituzionale.

Comunicare in modo confuso e inefficiente in tempi di crisi è un aspetto negativo non secondario. Si sa, o si dovrebbe sapere. E’ un elemento che impatta sugli esiti di questa stagione drammatica e che a mio parere lascerà un pesante strascico in termini di fiducia, e dunque di credibilità, due asset che si costruiscono con tempo e fatica, e si perdono facilmente. Come posso pensare che le decisioni che costringono la mia libertà personale siano giustificate e necessarie, quando addirittura gli scienziati (vi ricordate la scienza, quella rigorosa, precisa, esatta, come dire … scientifica!) vanno tutte le sere in televisione a dire cose diverse, spesso polemizzando tra di loro? Se voglio vedere gente che non concorda su nulla guardo Tiki Taka (che profeticamente porta il sottotitolo “La repubblica del pallone”) non un dibattito tra epidemiologi. E se ci penso mi fa rabbia pensare che la riduzione della mia autonomia, del mio reddito e delle mie prospettive non sia dovuta a una scelta, difficile ma legittima, presa in modo concertato e condiviso, quanto piuttosto il campo di radicali differenze di opinioni e l’occasione perpetua di velenosi dissidi.

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Social o no social?

Non scherziamo. I social non sono importanti di per sé, io per primo non ne sono mai stato entusiasta e in certi giorni ne farei volentieri a meno. Sono importanti perché è lì che la gente si incontra, comunica, si informa, compra, legge, trova il proprio partner, insomma vive. Non è il contenitore che è importante, ma il contenuto, cioè noi stessi, le persone. I media tradizionali stanno subendo un’eclissi drammatica. Si affannano a misurare l’audience, o quel che ne rimane, ma le persone, piaccia o no, stanno altrove, stanno sui social. Di conseguenza chiunque abbia un’immagine pubblica e faccia un mestiere che sia direttamente o indirettamente legato alla ricerca del consenso, ci deve stare. Sui social. Ripeto, piaccia o no.

E’ pur vero che si tratta di mezzi e di ambienti estremamente recenti, organicamente diversi da quanto c’era prima e incredibilmente potenti. Questo ha causato una prevalenza dell’efficacia del mezzo sulla legittimità della funzione d’uso. Ho in mano un fucile così potente, ma così potente, che non bado tanto a cosa sparo. Una maggiore maturità da parte di tutti, magari difficile da rintracciare in questo momento, ma che subentrerà inesorabilmente, porterà a un nuovo equilibrio, a una nuova capacità di ascolto che prevarrà sulla voglia incontenibile di dire qualcosa anche quando non si ha nulla da dire, o comunque nulla di legittimo.

Le regole di ingaggio

Ne sono convinto, presto emergeranno delle regole d’ingaggio che ci aiuteranno in questo percorso. Quello che è successo negli Stati Uniti con i ban di Trump dimostra nuovamente quanto potenti possano essere questi strumenti, ma anche quanto manchino pratiche, politiche e regole che permettano di usarli in modo maturo e garantendo i diritti di tutti. Chi deve decidere se l’account del Presidente degli Stati Uniti va sospeso? Facebook? Mark Zuckerberg? Stiamo scherzando! Allora il governo. Ma il governo chi? Il governo è lui! E cosa facciamo con i governi dei paesi non democratici? O quelli un po’ democratici ma non troppo? A me pare evidente come gli strumenti (anche legislativi) tradizionali siano clamorosamente inadeguati e obsoleti e rendano impossibile intervenire in modo corretto in questi casi. In compenso quelli nuovi latitano, anche per colpa dell’incompetenza di una classe dirigente vecchia (in senso anagrafico) che non ne capisce molto. Ma questo cambierà e sta già cambiando.

Nel frattempo la comunicazione aperta, il dialogo tra governanti e governati, resta il terriccio su cui il seme della democrazia attecchisce, cresce e si conserva. Nel 2021, non vedo come la comunicazione politica possa esimersi dall’esprimersi sui social network, anzi da sceglierli come canale privilegiato. Spiace un po’, mette un po’ a disagio, non ci convince fino in fondo, perché appunto non siamo ancora pronti al futuro che è già qui. Ma dobbiamo farcelo piacere.

immagini da: wikipedia.org – robadainformatici.it

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