“Innovare è obsoleto”

La battuta fulminea penetra tra le chiacchiere della sala riunioni.

Mi costringe a levare la testa dagli appunti e ad abbracciare rapidamente con il pensiero gli ultimi frenetici anni, dominati da una ubiquitaria legge di Moore che ci ha costretto tutti a inseguire l’innovazione, sempre più innovazione, comunque l’innovazione.

Chi può esimersi dall’innovare? Qual è l’isola felice cui è consentito di riposare placida, sempre uguale a stessa?

La ricerca del nuovo ci permea e ci domina, un gioco delle sedie con la paura che quando la musica si fermerà il silenzio ci sorprenderà statici, tradizionali, obsoleti, cotti e mangiati.

Ma il moto è relativo, come insegnava il buon Albert; se tutti innovano, nessuno innova. Si è nuovi, innovativi rispetto all’ambiente, ma se l’ambiente continua a spostarsi, e noi con lui, allora è come stare fermi. Come la vecchia barzelletta di Gino Bramieri, con il cacciatore che spara alla lepre, una, due, tre volte mancandola sempre, e alla fine esclama:“accidenti, quando fanno così le ammazzerei!”.

Tutte le aziende dicono di perseguire l’innovazione, anche quelle che lavorano su mercati protetti e perciò naturalmente, odiosamente statici; e sa il cielo se ce ne sono di mercati protetti, in questa statica poco innovativa Italia, dove leggi e regolamenti invischiano gli innovatori, perché ci vuole un permesso per qualunque cosa, e un permesso vuol dire qualcuno che permette, che a volte lo fa e a volte no, per cui si dipende sempre da qualcuno e nessuno è mai veramente padrone del proprio destino.

E poi, cosa vuol dire innovare? Quand’è che siamo veramente innovativi? Non è che a volte spruzziamo una spolverata di “digital” di “social” o di “mobile” sopra una nuova versione di quello che abbiamo sempre fatto e … voilà! facciamo innovazione?

Con tutto questo parlare di “innovation”, viene la tentazione di dirsi a-novativi. Di sollazzarsi nell’orgoglio crapulone e un po’ coglione della stasi. Che bello la tradizione, pedestra, crassa, bieca, becera, sempre uguale a sé stessa, il brodo della nonna in cui tutti, alla fine della giornata, ci affoghiamo. Godiamo della mediocrità della tradizione, corta, lenta ma sicura.

“Innovazione” è un pass partout, un tormentone  (“keyword”, per dirla in modo innovativo”) che copre ogni tipo di polvere stantia e nasconde ogni genere di obsolescenza. Costa niente dirla, poco di più fingerla, nessuno va a verificare se davvero facciamo sul serio, e il tempo passa sempre uguale a sé stesso, nella speranza che il nuovo succeda da solo, se possibile un po’ in ritardo, e senza dare troppo fastidio.

Quanto spendiamo nel fare cose nuove? Quanta parte del nostro tempo dedichiamo al nuovo? Basta guardare l’agenda della settimana per convincersi che in realtà stiamo ancora ruzzolando nel vetusto.

Non l’ha detto il dottore che bisogna innovare. Benissimo. Basta dirlo. Sono scelte di vita, e ognuno fa la propria. Quest’estate alla radio facevano un servizio su famiglie che vanno in vacanza da cinquant’anni nello stesso posto. Evidentemente si trovano bene, e perché no? Nessuna sorpresa, la gelateria all’angolo, il cinema all’aperto, i tortellini della signora uguali a quelli che faceva la nonna buonanima, il mare è sempre lì e non si sposta, un chiaro esempio di pervicace colpevole rifiuto di innovare, ma tutto sommato perché no?!?

Basta non prendersi in giro.

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Photo credit http://www.altabadia.com

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2 pensieri su ““Innovare è obsoleto”

  1. Hai colto nel segno. Il finto nuovo avanza ovunque: città dall’ormai insostenibile impianto urbanistico ottocentesco si “arricchiscono” di opere, per lo più ascrivibili alla categoria “cavoli a merenda” dell’archistar del momento, pubbliche amministrazioni rimaste ai Borboni o agli Asburgo (cambiano le latitudini ma polvere e muffa, sia reali che metaforiche, restano le stesse) adottano procedimenti telematici presentati come la panacea di tutti i mali, che in realtà non fanno che aggiungere allo scusario classico un nuovo capro espiatorio “non andava il terminale..”; discendenti del Sor Pampurio del Corriere dei Piccoli d’antan che, velleitari e senza né arte né parte come il loro antenato, i loro progetti sconclusionati e semitruffaldini li chiamano startup credendo che faccia la differenza. Se il nuovo è questo, ti vien voglia di rimpiangere il vecchio, il vecchio solido, con una storia, una tradizione, il vecchio nel quale non si stava poi così male, e la nostalgia rischia di impedirti di vedere che quel vecchio lì non esiste, non c’è più, le fondamenta si sono sgretolate, le tradizioni dimenticate, la struttura è inadeguata a fronte di cambiamenti inevitabili e naturali, come il progresso tecnologico e la crescita demografica. Torni in vacanza allo stesso posto, ma all’angolo al posto dei gelati ci sono le slot machines, il cinema all’aperto è chiuso perchè non era in regola con la normativa antiqualcosa e la signora dei tortellini (che comunque non li poteva più fare proprio uguali a quelli della nonna buonanima dopo l’ultima ispezione dei NAS) ha venduto la pensione ai cinesi o alla ‘ndrangheta: cerchi di consolarti pensando che almeno il mare è rimasto lì, ma non è la stessa cosa: c’è bisogno di cambiare, di innovare appunto, ma davvero. E il nuovo che si vede in giro mi ricorda più che altro le velleità mimetiche del povero Zuzzurro: “Salve! Sono il nuovo…”

    • Grande Zuzzurro! E’ vero, è una cosa che fa un sacco di gente “Salve sono un’azienda innovativa” “Salve questa è la nostra offerta BigData” “Salve noi ci siamo riorientati al social” e così via

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