Giochi proibiti

Negli ultimi giorni ho letto il libro e visto il film “Ender’s Game”, un’accoppiata mediatica che mi ha permesso di apprezzare molto il primo e di dispiacermi per la riuscita non del tutto soddisfacente del secondo. La versione cinematografica infatti risulta troppo affrettata nella prima parte e inspiegabilmente trascura certi snodi narrativi importanti, al contrario ben giocati nel testo. Peccato, una occasione perduta, tanto più se teniamo presente che l’autore del libro ha anche firmato la sceneggiatura, riscrivendola (così pare) ben diciotto volte.

Ender’s Game è stato scritto nel 1985 e descrive un mondo del futuro in cui sono molto diffusi “desk” che in tutto e per tutto assomigliano a quelli che oggi chiamiamo tablet. E’ addirittura stupefacente poi che venga descritta qualcosa che assomiglia tanto non solo a Internet, ma addirittura ai social network; e che addirittura vengano delineate delle regole di “social media marketing” che troveremmo assolutamente adeguate ai nostri giorni. Insomma, smettiamo di chiamare questo genere letterario “fantascienza”, di fronte a questa capacità di intuire le evoluzioni che avrà il presente, vien voglia di chiamarla “pre-scienza”.

Oltre a quelli tecnologici, ancora più coinvolgenti e profetici risultano i temi sociali e umani. “La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali”; infatti nel futuro del gioco di Ender la guerra viene lasciata ai bambini, tanto più veloci nell’apprendimento, capaci di maneggiare la complessità, focalizzati e spietati degli adulti. Attenzione, non bambini soldato, ma bambini generali! L’abilità prodigiosa dispiegata sui videogiochi (chi ha figli piccoli o adolescenti ben la conosce) viene utilizzata nel crudele gioco della guerra, il gioco per eccellenza, quello su cui sono modellati tutti gli altri, compreso lo sport, compreso il business, perché prevede la posta più alta, la vita, la sopravvivenza della propia nazione, tribù o specie.

Effettivamente il mondo odierno assiste a uno spostamento dell’equilibrio del potere verso le generazioni più giovani. E’ un aspetto meno avvertibile in Italia: questo “è” un paese per vecchi, per parafrasare i fratelli Cohen, un po’ per motivi strettamente anagrafici attribuibili alla scarsa fecondità della popolazione, un po’ per la pervicacia con cui la generazione più anziana ha finora protetto leve e poltrone. Un’aria ben diversa si respira in altri ambienti, dalle strade di Nuova Dehli ai board delle aziende della Silicon Valley, dove si inventa il futuro e si trasforma il presente.

La mia generazione è vittima di una singolare mancanza di sincronia con l’equilibrio delle opportunità. Quando ho iniziato a lavorare (venticinque anni fa, accidenti) le capacità e la motivazione del giovane venivano sempre scontate da un “fattore esperienza”. E’ bravo, ci dà dentro, ma gli manca l’esperienza. Ma a cosa serve l’esperienza se non ti dà passione e risultati? Conta, conta, capirai quando ce l’avrai. Se i vecchi potessero, se i giovani sapessero. Poi il vento è cambiato con l’Internet Boom, ma ci siamo arrivato tardi. Iniziavamo ad avere un po’ di esperienza, evviva, purtroppo però la prima cifra del numero degli anni era un “3”; come dire, sei vecchio, quelli “che capiscono” sono nei “low twenties”, venti anni e qualcosa. A esagerare. Dopo il capitano di quindici anni di Jules Verne, avevamo capitani d’industria diciottenni, guru ventenni, tecnocrati teenager. Accidenti, prima non avevamo abbastanza esperienza, poi di colpo ci ritrovavamo ad averne troppa. Fino alla condanna nella schiera senza speranza degli “immigranti digitali”. Hai voglia a consumarti su social network e blog, sei sul barcone di quelli che vengono dalla terra della tivu in bianco e nero, vero che ti ricordi Belfagor e Rin Tin Tin? Siamo la generazione che ha scavallato il digital divide, e che è rimasta a mezza costa, con un piede nella tradizione e uno nell’innovazione, senza il lascito ereditario della prima né le opportunità della seconda.

Sono seriamente preoccupato. Per ora me la cavo, mi applico, studio, so cos’è Ruby on Rails, smanetto WordPress, riesco a configurare la rete wi-fi di casa e ho pure imparato a programmare un tantino in C++ e Python. Ma se continua così, se il gap nella capacità lavorativa sarà quella che separa me dai miei figli quando mi sfidano a Call of Duty, io sono finito. Nel tempo in cui mi accorgo di avere il nemico alle spalle loro mi hanno sparato tre volte, finito con il pugnale, cambiato arma, fatto rifornimento di munizioni e conquistato tutto il compound. Game over. Vuoi giocare ancora? No grazie, va bene perdere ma l’umiliazione è un’altra cosa, ricordati che sono sempre tuo padre.

Per millenni le nuove generazioni hanno guardato con sufficienza a quella dei propri genitori; per millenni la differenza era solo nella freschezza degli anni. Per la prima volta nella storia, c’è una differenza importante nelle abilità; loro sono più bravi, molto più bravi, nell’utilizzo degli strumenti che servono a governare il mondo.

Se questo è vero, e ho paura che sia vero, devo trovarmi una nicchia prima che sia troppo tardi, un ambito che sia dignitoso ma in cui la tecnologia non possa entrare. Un mestiere da poco, umile, magari mal retribuito, dove però io riesca a proteggere con successo quel poco di lucidità che gli anni vorranno lasciarmi. Che so: il filosofo, o il poeta, o lo scrittore di libri di storia.

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