Django unchained ovvero dell’esterofilia dilagante

“Django unchained” è un film che parla di lingue e di linguaggio. Per questo va guardato, lo suggerisco caldamente, in lingua originale (sia pure con l’utilizzo dei sottotitoli perché, come vedremo, l’alternarsi di dialetti, pronunce e inflessioni lo può rendere incomprensibile anche ai più ferrati nell’inglese).

Linguaggi cinematografici ovviamente, con la ripresa di stili e stilemi degli “Spaghetti western” tanto cari al regista Tarantino. Linguaggi musicali, con i salti vertiginosi da Beethoven a Jim Croce, da Ennio Morricone all’hip hop. Ma soprattutto linguaggi nel senso, appunto, di lingue e dialetti.

Sullo sfondo del film, a sottolineare le azioni dei personaggi principali, si alternano due cori foneticamente distinti: quello del white trash, i bianchi poveri del Sud degli Stati Uniti, redneck e hillbilly dalla parlata povera nella sintassi e sgraziata nella pronuncia, relitti violenti e disumanizzati; e quello degli schiavi neri, infantili nella pronuncia e nel vocabolario secondo gli stereotipi del cinema hollywoodiano anteguerra.

Cinema hollywoodiano peraltro spregiato dal regista, come è chiaro dalla nemesi della Lara di ventose origini, qui la sorella del cattivo Leonardo di Caprio, bianco fantasma della nobiltà ignobile del Mississipi.

Ma veniamo ai personaggi centrali della storia.

Django, che peraltro a mio avviso non è il personaggio più importante del film, è il nero che parla, che non sta zitto, che osa contrapporsi. Il linguaggio rappresenta la sua liberazione, simboleggiato nel cognome “Freeman” che gli viene affibbiato quasi casualmente. I suoi nemici non lo chiamano mai per nome, e se lo fanno lo storpiano pronunciando la  “d muta” oggetto di alcune battute. L’accento e le parole sono quelle degli schiavi, compresa l’ossessiva ripetizione dello spregiativo “nigga”, ma la parlantina appartiene agli uomini liberi.

Schultz, il primo gigante della dicotomia che domina il film, è il tedesco che parla l’americano “come seconda lingua, I’m afraid”. Ha conseguito una maestria in questa lingua straniera e  usa un vocabolario ricercato, articolando l’esposizione e sfoggiando una perfetta pronuncia: ma la parla appunto da straniero, da seconda lingua e questo gli consente di conservare un distacco verso gli stereotipi e i dogmi culturali, permettendogli di sentire l’orrore del trattamento disumano riservato agli afro americani.

Dall’altra parte, stagliato di fronte a Schultz c’è Monsieur Candie, il crudele proprietario di Candyland, che si esprime con il southern drawl, l’accento strascicato del sud. Le sue ambizioni tuttavia sono del tutto diverse:  è un francofilo che  però non conosce e dunque non parla il francese, vorrebbe ma non può, è proteso nel sogno di una nobiltà vera a coprire la cruda realtà della nefandezza, della crudeltà, della spietatezza dei suoi comportamenti.

Il linguaggio definisce chi siamo, come viviamo e il modo in cui interpretiamo il mondo intorno a noi; i sociologi parlano della realtà come costruzione sociale, espressa appunto dalle lingue.

Di questi tempi in Italia è diventato un luogo comune la contemplazione sconsolata del nostro paese come un luogo da cui si vuole, si deve fuggire. All’estero è diverso, è meglio, scappano in molti, a studiare, a lavorare, a respirare aria più pulita, e molti altri aspettano solo l’occasione giusta. Dove andare? Dovunque? Qualunque paese è valido, qualunque posto è migliore del nostro. Parigi o il bacino della Ruhr, San Francisco o l’alta Slesia. Con tutto il rispetto per il  bacino della Ruhr e l’Alta Slesia.

Non starò qui a dire come, secondo quello che penso, quello che ho visto e quello che ho sperimentato, questa visione sia falsa. Questo blog non parla di politica et similia, per cui passo al dunque: c’è un linguaggio italiano verso il digitale che non sia la riproposizione spenta di proposizioni estere?  perché utilizziamo in modo così estensivo una lingua, quella inglese, che poi parliamo malamente? perché organizziamo e partecipiamo a convegni sul digitale che già nel nome utilizzano vocaboli inglesi quando starebbe tanto meglio l’equivalente italiano? non dico così per dire, faccio la “tag cloud” dell’ultimo che c’è stato: about – sponsor – location -expo – innovation – gallery- awards etc. per un totale nell'”header” (diciamo, nel frontespizio del sito) di 16 parole di cui una, forse due in italiano!

Certo Internet è Internet e “big data” tradotto non viene proprio bene, così come “blog” e forse anche “post”; ma c’è qualche idea originale, qualche adattamento o interpretazione italiana nel modo in cui ci accostiamo alla vita “in linea”? Siamo più simili al Shultz che padroneggia linguaggio e concetti, ma li utilizza in modo critico, sa adattarli e sa prenderne le distanze, o più vicini a Monsieur Candy, che aspira a quello che non sarà mai?

Non dico di fare come i francesi che hanno addirittura messo fuori legge l’utilizzo di vocaboli stranieri quando ne esiste un equivalente nella lingua madre; ma il modo in cui parliamo condiziona il modo in cui pensiamo, e se parliamo come gli altri non sapremo mai essere noi stessi. Adesso chiudo il post, faccio il log-off dal computer perché mi aspetta un dinner con la family: una bella svizzera in padella … anzi, hamburger!

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