Non tracciabile

Ricevo e volentieri pubblico un racconto breve dell’amico Nino. A me è piaciuto tanto, buona lettura.

– Benvenuto, non si sta poi così male qui, non è tanto diverso da fuori… mi chiamo Diego Volpi, forse ha sentito parlare di me sui giornali, tanti anni fa, “L’asociale”, “Fuori dal mondo”, “Il selvaggio di ritorno”, titoli del genere, e il tutto solo per dire che ero rimasto l’unico nel mondo digitalizzato a non aver mai aderito a un social network. Sai che roba! Tutti quegli articoli in cui con ironia e supponenza fingevano di essere interessati alla mia opinione in proposito, ma in realtà mi dipingevano come uno stravagante mentecatto. E dire che eravamo solo agli inizi.

– Aprii gli occhi su quanto stava succedendo solo quando, a metà degli anni venti, ricevetti un sms dal Ministero della Salute che mi avvisava che alcuni degli alimenti che avevo  acquistato “con regolare frequenza” al supermercato negli ultimi sei mesi non erano compatibili con le mie condizioni di salute “così come risultanti dalle ultime analisi cliniche effettuate”. Dapprima pensai a uno scherzo dei miei figli, poi verificai il numero ed appresi che il “servizio educazione alimentare” era attivo da alcuni mesi e solo la mia dieta relativamente sana e il mio scarso consumo di alcolici, caffè e carne di maiale aveva evitato che mi venissero inviati “consigli” settimanali, come avveniva ad alcuni colleghi e conoscenti: fu allora che decisi di non essere più tracciabile. Cominciai a pagare, quando possibile, in contanti; mandai decine di raccomandate ad enti, associazioni, società alle quali avevo rilasciato in passato i miei dati personali, chiedendo di cancellarmi dai loro archivi; restituii le tessera della biblioteca, le carte sconti delle librerie e dei supermercati; cancellai tutti gli account di accesso a siti e forum  e pensavo di essere al sicuro.

– Non sapevo che il mio comportamento, in particolare il continuo prelievo di denaro contante, avesse destato sospetti: ai sensi del “Decreto sicurezza quater“, quello che aveva istituito il Ministero della Sicurezza, “chiunque compia atti univocamente diretti a ridurre o escludere la tracciabilità e circolazione di dati personali utili alla sicurezza della collettività o alla normale promozione delle attività commerciali può essere posto sotto la sorveglianza dell’Ente Sicurezza, fatto salvo il diritto alla riservatezza sancito dalla Costituzione”, e poiché a loro dire il diritto alla riservatezza era definito dalla Costituzione in maniera “vaga e generica”  le magistrature superiori si erano più volte pronunciate a sfavore di coloro che avevano tentato di farlo valere.

– La sorveglianza era discreta: seppi solo dopo molto tempo che venivano effettuate intercettazioni telefoniche con frequenza casuale; lo stesso avveniva con le email; inoltre le informazioni riguardanti i miei più stretti familiari (mia moglie, i miei figli, i miei genitori) venivano acquisite al mio fascicolo e vagliate dall’Ufficio Ricostruzioni Induttive, che allora non aveva ancora il potere che ha oggi, per ricostruire in parte quei dati che il mio comportamento “antisociale” aveva sottratto alla tracciabilità.

– fu solo dopo alcuni anni che i miei sorveglianti vennero allo scoperto: erano già stati aboliti i contanti e introdotta la schedatura obbligatoria delle impronte per l’ottenimento del documento d’identità, ma a me venne chiesto in più un prelievo del DNA; so che oggi è obbligatorio anche quello, ma a quei tempi non lo era ancora e dunque compresi che qualcosa non andava. Mi separai da mia moglie per evitare che i miei familiari pagassero per le mie scelte. Lei non capiva le mie ragioni, fino a quando a dieci minuti dal termine dell’udienza di separazione entrambi ricevemmo sul cellulare la pubblicità di un sito di incontri per single… era la “normale promozione delle attività commerciali”… C’è poco da ridere sa! Comunque sapevo di essere sotto controllo ed ero pronto a darmi alla clandestinità, ma commisi un errore madornale: regalai alcuni CD ad un amico di mio figlio che mi aveva aiutato nel trasloco, e questi fu contattato dai miei sorveglianti.

-Lei è molto giovane, non so se si ricorda di quando la lettura e l’ascolto di musica erano un fatto privato: compravi il tuo libro, il tuo CD, e te lo godevi in totale riservatezza, senza che nessuno sapesse se stavi ascoltando Bach o i Sex Pistols o se stavi leggendo Melville o Topolino, cosa che con la Grande Biblioteca Online e la musica in streaming di oggi è diventata impossibile. Dicono che è per la tutela del diritto d’autore, ma io non ci credo, è per controllare quello che leggiamo e ascoltiamo, e infatti già molti autori non sono più disponibili per mancanza di richiesta da parte del pubblico: nessuno vuol farsi beccare a leggerli o ascoltarli, non si sa mai. A quei tempi comunque era ancora permesso possedere CD, a condizione che li si ascoltasse con un lettore collegato in rete in modo da trasmettere alla Società degli Autori, facente capo al Ministero per la Sicurezza, i dati dell’ascolto. Quanto ai libri, si potevano conservare in casa, come meri “oggetti d’affezione”, solo quelli che fossero comunque presenti nella Grande Biblioteca Online, e solo a condizione che il proprietario ne avesse acquistato la versione online. Alcuni proprietari di libri particolarmente scrupolosi si rivolgevano ad un apposito Ufficio del Ministero della Sicurezza che provvedeva alla sigillatura del libro in modo che non fosse più apribile, ma la pratica non era obbligatoria ed era poco diffusa, nonostante desse diritto ad uno sconto sull’acquisto della versione online… Ma torniamo alla mia storia… Le stavo dunque dicendo che il ragazzo fu contattato da quelli del Ministero, Ufficio Ricostruzioni Induttive, che nel frattempo era diventato il mostro che è oggi: gli chiesero dove avesse preso i CD, lo spaventarono un po’ e alla fine lui ammise che a casa mia c’era un lettore di CD illegale, cioè non collegato alla rete, e un sacco di libri. Inutile che le stia a dire che non avevo mai acquistato le edizioni digitali dei libri che avevo, che peraltro in gran parte non erano disponibili nella Grande Biblioteca Online. Insomma, per farla breve, sequestrarono tutto e mi denunciarono a piede libero. Il processo andò malissimo: il mio avvocato temeva che insistere troppo sulla tutela di un diritto “vago e fumoso” – come diceva lui – quale quello alla riservatezza sarebbe stato deleterio, a fronte della contestazione di un reato come la renitenza alla tracciabilità, una delle violazioni più gravi del nuovo Codice della Sicurezza, e preferì farmi passare per un eccentrico snob legato a vecchie abitudini e nostalgie dei bei tempi andati, il che permise al Pubblico Ministero di sottolineare come “stante la mancanza di ragioni concrete quali l’esigenza di clandestinità al fine di compiere illeciti o di attentare alla sicurezza, il comportamento dell’imputato sia stato fine a sé stesso, e come tale meritevole dell’applicazione del massimo della pena aumentato di un terzo per l’applicazione dell’aggravante dell’avere agito per futili motivi, al solo scopo di prendersi gioco dell’esigenza fondamentale, anzi direi della prima ragion d’essere dell’intero ordinamento giuridico vigente: la sicurezza”. Naturalmente la sua richiesta fu puntualmente  accolta dal collegio giudicante. Dal momento che le decisioni del Tribunale della Sicurezza non sono appellabili, eccomi qui.

E lei come mai è in carcere?

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