Eppure sembra un uomo, ovvero della solitudine digitale

Qualche anno fa (forse l’ho già ricordato su queste pagine) un Bill Gates ancora nel pieno del suo ruolo di dominatore del sistema tecnologico mondiale venne in visita in Italia e concesse una intervista alla televisione italiana. Di fronte alla ostinata e invasiva visione tecnico-centrica di Bill, che pervadeva tutte le sue risposte, il conduttore gli chiese se non pensasse che tutto sommato non fossero necessari solo ingegneri, ma anche qualche filosofo per sostenere la ricerca della felicità. L’occhialuto ex-geek reagì con stupore; sostanzialmente sembrò non capire la domanda, non cogliendone evidentemente il senso. I tecnici possono risolvere problemi quali la fame nel mondo e la cura delle malattie; ma i filosofi a cosa mai serviranno?

Eppure … l’altro giorno ascoltavo quasi per caso le parole di un grandissimo filosofo contemporaneo da poco scomparso, tale Giorgio Gaberscik, e ne sono rimasto flashato (mi scuso per l’utilizzo di vocabolario post-socratico).

In ditta c’è un salone 
lavorano mille persone…

così inizia la massima

per me è già difficile la vita in due 
e credo che prima o poi ci divideremo.

Uffa, mi viene un dubbio: se davvero è già difficile capirsi tra due persone che passano una parte della loro vita insieme, cosa contano i miei follower su Twitter? Le pagine viste e i commenti di questo blog (senza offesa)? La mia rete su Linkedin? I numerosi risultati che Google restituisce per la ricerca “Alessandro Cederle” (duemilasettecento e passa 🙂 ) ?

Non è che mi sono fatto affascinare dalle possibilità tecniche, da funzioni, feature, embedded o meno, da wizard e plug-in, dai numeri impressionanti dell’audience disponibile sui social media, insomma dalle “mille persone” che affollano il salone? Forse che in piena bulimia da tweet, post, status update, hangout, chat, whatsup, ho concluso anch’io che siccome “sembra un uomo, vive come un uomo, soffre come un uomo” (come continua il filosofo nella sua dissertazione) è davvero un uomo? La “conversazione” sui social network è davvero tale, è dialogo con altre persone che restituisce significato, oppure è la vanità del mezzo che prende il sopravvento sulla componente genuinamente relazionale e restituisce solo ombre?

Adesso ci provo: quanto della mia vita digitale mi aiuta davvero a essere “un uomo”? Il contatto digitale, è realmente “umano”? Sono domande che, mentre le pongo, mi suonano strane, troppo ambiziose, mal poste e pretenziose; alla fine mi sento anch’io un po’ come Bill Gates, a disagio e tutto sommato indifferente a questi temi. Quasi quasi per farla finita con questo mucchio di riflessioni oziose e inutili vado a vedere se qualcuno mi ha piaciuto.

Rimane però ancora la vocina del cantante (anzi, filosofo) a suggerirmi il timore di affogarmi nell’irrilevanza, compensando la qualità con la quantità, il senso con la possibilità, il mezzo con il messaggio. E’ questo quello che faccio su Internet? Compromessi tragici che ad ogni passo mi allontanano da quello che sto realmente cercando?

Troppo tardi, ormai sono perso in un reply a un update spiritoso e non so più cosa che senso ha questo ragionamento. Mi corre un ultimo sguardo al testo della canzone ma faccio fatica a coglierne il significato. Però è carino, quasi quasi lo twitto ….

“E’ così compromesso
con ogni compromesso
che oramai più nulla né sente né vede
il compromesso è l’unica sua fede”.

P.S. Ho avuto la fortuna di assistere a parecchi spettacoli di Giorgio Gaber. Le sue opere sono ancora tanto belle quanto attuali. Canzoni stupende, recitativi profondi, divertenti e stimolanti, ma anche una medicina contro le patologie della vita moderna.

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Un pensiero su “Eppure sembra un uomo, ovvero della solitudine digitale

  1. Dopo essermi ripreso dallo shock par l’uso transitivo del verbo piacere (il che rivela che sono un po’ meno postsocratico di te) mi lascio tentare dalla vanità del mezzo intervenendo sul tuo blog per rivoltare la frittata, ovvero: proprio perché è davvero già difficile capirsi per due persone che passano una parte della propria vita insieme, ogni “conversazione” ha dei limiti e dunque le peculiarità del mezzo incidono sì,ma in maniera marginale, rispetto al fattore umano. Ti domandi: “cosa contano i miei follower su Twitter? Le pagine viste e i commenti di questo blog (senza offesa)? La mia rete su Linkedin? I numerosi risultati che Google restituisce per la ricerca “Alessandro Cederle” (duemilasettecento e passa – n.b. da meno-postsocratico ho omesso la faccina)?” Ti rispondo che probabilmente centocinquant’anni fa un signore della tua età, cultura e posizione sociale si poteva domandare: “Cosa conta la stima dichiaratami da Tizio e Caio? I soci del mio circolo apprezzano davvero la mia conversazione e condividono o rispettano le mie opinioni o rispondono a delle mere convenzioni sociali? E i miei colleghi, collaboratori, corrispondenti mi stimano davvero?”. E’ davvero così diverso? I risultati che Google restituisce per la ricerca “Alessandro Cederle” rendono evidente che produci contenuti significativi e meritevoli di citazione (oppure che sei il fidanzato di Lady Gaga, ma mi sento di escluderlo). Il fatto che tali contenuti vengano recepiti, apprezzati, commentati, frantesi o contestati prescinde dal mezzo, se non per aspetti quantitativi (una conferenza o una pubblicazione a stampa hanno limiti di tempo e spazio che la rete non ha), e per un generale interesse al “fenomeno” destinato a scemare quando il mezzo diventerà banale e scontato come la stampa o il telefono.
    Probabilmente gli stessi tuoi interrogativi la gente se li è posti ogni volta che un nuovo mezzo di comunicazione ha rivoluzionato il modo di trasmettere le idee. Per intenderci, quando è nata la scrittura, qualcuno si è posto il problema del fatto che si trattava di una forma di comunicazione diversa da quella finora attuata e dunque potenzialmente problematica? Penso di sì, così come penso che molti abbiano a loro tempo ritenuto che la contropartita delle straordinarie possibilità offerte dalla stampa a caratteri mobili sarebbe stato il proliferare di pubblicazioni futili, e qui ritorniamo alla “vanità del mezzo”. Le forme di comunicazione che tu citi hanno tendenzialmente la peculiarità di essere economiche, disponibili, indirette, scritte, estese in modo praticamente illimitato nello spazio e rapide: tutto ciò (in particolare il fatto di essere indirette ed economiche) si presta ad usi impropri ed abusi, ma anche semplicemente alla diffusione smodata di futilità (e qui torniamo al fatto puramente quantitativo). La cosa però non intacca, non corrompe i contenuti: insomma il fatto che un cretino (o mille cretini, o un milione di cretini) abbia le tue stesse possibilità di diffondere le proprie opinioni non sminuisce le tue. Il contatto digitale è realmente umano? Perché non dovrebbe, visto che è un contatto tra esseri umani?

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