Feelin’ groovy ovvero una storiella sulla Qualità della Vita

Un clochard è accoccolato sereno a prendere il sole sulla spiaggia libera in una nota e affollata destinazione estiva, davanti a lui il mare di un azzurro intenso, sopra di lui il cielo limpido e terso, intorno giochi di bambini e signore ormai color aragosta abbronzata.

Nell’elegante stabilimento balneare adiacente, un classico cummenda milanese (classico una volta, chissà se ci sono ancora) è sdraiato a prendere il sole sul suo bel lettino comodo. Il clochard supera lo steccato, gli si avvicina e dopo un breve saluto, gli chiede se ha qualche spicciolo da regalargli come “contributo bianchino spruzzato”.

“Va via barbùn, io non regalo niente” risponde il cummenda “bisogna lavorare, per guadagnare i soldi. Vai a cercarti un lavoro, barbùn”.

“E perché mai dovrei cercarmi un lavoro?” ribatte il poveretto.

“Come perché mai!” lo apostrofa stupito il milanese “perché così inizi a guadagnare qualche soldo, appunto”.

“E cosa ci faccio con qualche soldo?”

“Cosa ci fai?” stizzito “Inizi a metterli da parte, fino a quando sei capace di dotarti di un mezzo proprio, un motorino, un furgoncino, una macchina da officina, qualcosa insomma”.

“E poi?” insiste il clochard.

“E poi puoi metterti in proprio, ti toccherà lavorare tanto ma così inizi a guadagnarne parecchi, di soldini”  continua speranzoso e soddisfatto il cavaliere del lavoro.

“E che ci faccio con tutti questi soldini?”

“Come cosa ci fai !?! Puoi ingrandire l’attività, crescere continuamente, pensare in grande, assumere personale, import export, compra vendi, e alla fine fare tanti tanti soldi”.

“E quando anche ho tanti tanti soldi?” 

“Beh” tra il conciliatorio e lo scoraggiato “allora puoi concederti una meritata vacanza su una bella spiaggia in un bel posto come questo, sdraiarti al sole e riposare, proprio come sto facendo io”.

“Bah” conclude il clochard con gioia “ma è esattamente quello che sto facendo anch’io!”

L’operosità milanese è nel mio DNA; il lavoro è importante, fa parte del modo in cui diamo un senso alla nostra esistenza. Di più, mi piace lavorare, intraprendere, imparare, raggiungere obiettivi e portare a casa risultati. Ma a volte esageriamo, restiamo presi nel turbine delle emergenze, una via l’altra, finché le opere rimangono giustificate da sé stesse, nuovi idoli liquidi di un’esistenza complessa, e si mangiano via le altre stupende cose della vita.

Cosa c’entra questo con l’informazione digitale? Al mare o in montagna, sul bordo del Grand Canyon o sul traghetto per la Sardegna, sulle sponde dell’Idroscalo o al concertone estivo al parco per chi rimane in città, spegniamo il cellulare e dimentichiamo a casa lo smartphone. Al posto dei continui status update, pensiamo a dove siamo e con chi; lasciamo la macchina fotografica nello zaino per permettere ai paesaggi di imprimersi nella memoria del cuore invece che su quella della micro SD; facciamo solo le telefonate che contano, quelle alla famiglia e agli amici, invece delle concall di budget su Skype; chiediamo “come stai” con un sorriso invece di “whatssup” con un messenger; guardiamo il mondo intorno a noi con sguardo fresco, invece che attraverso una app per la realtà aumentata.

Insomma, buone vacanze a tutti.

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