Di nuovo su Klout ma prometto che è l’ultima volta

Non ho cambiato idea; però vorrei aggiungere che a mio avviso Klout va a rispondere (magari in modo improprio) a un problema vero.

Let’s face it, prendiamone atto: le aziende sono ancora organizzate secondo modelli nati nel secondo dopoguerra. La divisione funzionale, i concetti guida quali quello di procedura (poi rimodulato in processo), responsabilità gerarchica (la famosa piramide più o meno rovesciata) e così via. Cosa vuol dire lavorare nel marketing? O in produzione? Con i corollari di job description, responsabilità, il mio finisce qui dove inizia il tuo, e così via? Siamo così abituati a tutto ciò che lo diamo per scontato e forse si potrebbe dire dell’organizzazione aziendale classica quello che Churchill diceva della democrazia, che è la peggiore forma di governo a parte tutte le altre.

Ma il mondo è cambiato e questo porta con sé due conseguenze. La prima è che molte persone hanno una qualità della vita personale molto superiore a quella di lavoro. Ho tanti amici che a casa conducono esistenze intellettualmente, emotivamente, socialmente e tecnologicamente ricchissime, innovative, all’avanguardia, sfruttando tutti i fattori abilitanti (praticamente infiniti) offerti dalle nuove tecnologie. Poi la mattina timbrano, almeno simbolicamente, e si adattano a fare un lavoro disegnato parecchi decenni prima. E ci stanno sempre più stretti.

La seconda è che siccome la realtà è più forte della gerarchia, i nuovi modi di condurre le relazioni penetrano in azienda, varcando i confini organizzativi e ignorando le gerarchie. Con il risultato che i vecchi metodi per la misurazione dell’importanza di una posizione, di una persona, di una prestazione non reggono più. La vera misura dell’importanza è l’influenza, il clout appunto. La capacità della persona di intrattenere delle relazioni significative (ricche, dense) con individui fuori e dentro l’organizzazione, impattando sulle percezioni, sulle convinzioni e sui comportamenti e infine creando valore. Mi rendo conto che è un linguaggio evocativo e impreciso. Bisognerebbe meglio descrivere l’influenza, e capire come funziona, senza affrettarsi a volerla misurare in qualche modo.

 

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4 pensieri su “Di nuovo su Klout ma prometto che è l’ultima volta

  1. Non so che cosa significhi esattamente “klout” ma non credo sia importante che lo sappia. Certamente le aziende tradizionali, grandi o piccole, hanno i giorni contati. Chi non evolve, adattandosi all’ambiente, semplicemente si estingue. L’ha già detto un paio di secoli fa Darwin. In certe aziende i “dipendenti” (che parola obsoleta!) guardano i capi che parlano delle solite cose di cui parlavano l’anno scorso (o 20 anni fa che è lo stesso) e provano la strana sensazione di essere di fronte a un attore dei film muti: ridicolo. E’ che con il 2.0 ognuno di noi ha capito che può “essere”, non solamente vivere. Possiamo essere felici, avere una vita “ricca, densa”, inseguire il nostro sogno, fare della nostra passione il nostro lavoro. Guadagnamo di meno? E allora? Eliminiamo il superfluo. Il pane non mancherà mai a chi ha voglia di fare.

  2. Ciao Alessandro,

    dunque, questa volta non sono poi così d’accordo. Sapere quanto una persona è influente è un problema vecchio quanto il mondo. Dagli ambasciatori ai giornalisti, dai mediatori finanziari ai Pr di mezzo mondo avere persone con una rete di contatti personali e capacità di generare business attraverso questi contatti è da sempre fondamentale per tutte le aziende del mondo (sia pubbliche che private, in ambiti istituzionali come commerciali).

    Il punto quindi, a mio avviso è un altro. questa reputazione è misurabile in maniera scientifica? Klout prova a dare la sua soluzione su internet, a mio modo di vedere in maniera molto approssimativa, ma quando si danno numeri (anche se un po’ a caso) l’immaginario della gente è subito colpito. Poi c’è un fattore gaming, che spinge a competere gli utenti per avere un punteggio maggiore, ma si tratta sempre di attività non necessariamente relative alla propria influenza su facebook.

    faccio un esempio banale banale: se faccio una ricerca su google di quante volte appare il mio nome, menzionato tra virgolette, quindi completo e affidabile, ho 1.190 risultati (sono l’unico a chiamarsi così a quanto pare), se metto il tuo il motore di ricerca ne restituisce 14.900 (dimmi tu quanti “alessandro cederle” ci sono nel mondo se hai mai fatto questa analisi).

    Secondo un normale utente quindi, tu sei una persona in gradi di impattare, anche per i ruoli che hai rivestito nel tempo, molto di più in termini di citazioni e influenza.
    Cosa accade su klout? io sono sopra.
    perché credo perché utilizzo facebook un po’ di più (in genere un aggiornamento di stato a settimana che viene però molto commentato perché dico un sacco di stupidaggini spiritose). Anche io però ho un rank lillipuziano, perché? ad esempio perché on utilizzo per niente google+, e anche twitter lo uso poco in maniera attiva (solo per commentare in diretta alcuni eventi).

    nota finale un po’ confusa
    Il punto è: molta dell’influenza che le persone hanno nella propria vita è una faccenda molto riservata. Se io manovro alcune influenti persone, la mia persona mi permette di influenzare migliaia di persone, tuttavia, la storia insegna, che chi fa queste operazioni preferisce, in generale, restare nell’ombra e quindi rifuge dalla misurazione. Tuttavia, proprio le persone che sanno muoversi con discrezione sono quelle che generalmente sono più influenti…
    butto lì un’altra provocazione, rispetto a cosa si è influenti? tu per esempio sei influente nel cycling (???) che vuol dire? influenzi tifosi? influenzi il business? insomma, il punto è che Klout ha la pretesa di dire tutto senza dire niente.

    • Scusa se rispondo in ritardo. Se ho capito bene tu sostiene che l’influenza è stata sempre importante, non è una novità. In effetti anche in azienda gli studi organizzativi hanno sempre parlato di “struttura formale” e di “struttura informale”, sostenendo che a volte la seconda è più importante della prima. L’uomo è sempre lo stesso, non cambia con Internet. Ma la rete favorisce l’empowerment degli individui. Ovvero dà alle persone, a tutte, un potere di espressione, di “pubblicazione” che prima non avevano. E’ sempre stato vero che per risolvere un problema sulla fattura di un cliente era meglio rivolgersi all’impiegata di terzo livello dell’amministrazione piuttosto che al CFO; ma le opinioni di questa persona restavano nascoste, silenti, così come la sua capacità di rapportarsi in modo diretto al mercato era limitata e soggetta agli imbuti aziendali. Ora tutti possono parlare con tutti, esprimersi, pubblicare, mettersi in rete, stabilire dei network. Non è detto che lo facciano, in alcuni casi si cerca di impedirlo chiudendo le porte dei server, ma molti lo fanno e questo crea una dimensione nuova.
      Che poi va misurata; in modo corretto, non strumentale, e “fine”, cercando di capire cosa e come. In questo, se ho capito bene, sono assolutamente d’accordo e penso che misurare male è peggio che non misurare per niente.

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