Slow news, no news

3 ottobre, Corte d’Assise d’Appello di Perugia, lettura del verdetto su Amanda e Raffaele. Sono presenti 400 (quattrocento!) giornalisti accreditati.

Amanda viene assolta per i reati più gravi, ma condannata per diffamazione; un reato minore rispetto agli altri, e per giunta già scontato in carcerazione preventiva. Nella fretta di dare la notizia per primo sul proprio sito, il giornalista del Daily Mail si sbaglia, prende fischi per fiaschi e si confonde, annunciando la disfatta della yankee. Per aggiungere un po’ di sugo alla storia, la descriva affranta e piangente (di Raffaele si disinteressa, poverino, quattro anni di carcere da innocente e poi neanche lo considerano, a favore dell’avvenente co-imputata); non contento, il Daily pubblica pure le trionfali dichiarazioni dei PM: “Giustizia è fatta!”. Conclude descrivendo il mesto ritorno al cellulare (no il telefono, il camioncino della polizia carceraria), per il ritorno in galera dove sarà sottoposta a guardia psichiatrica per evitare tentativi di suicidio. Poco dopo, la rettifica.

Ma dai! Non ci credete? Anch’io ho voluto controllare. Alla faccia della illustre e prestigiosa stampa britannica! Passi l’errore assolta/non assolta, effettivamente la giustizia italiana può essere un po’ complicata da capire. Ma l’invenzione dei dettagli?!?

Il difetto, secondo me, sta nel manico. Che senso ha, dal punto di vista del lettore, che l’evento sia presidiato da centinaia di giornalisti, tutti a dare la stessa identica notizia? Che pochi secondi dopo, poi, diventa una non notizia? Qualcuno starà anche lì giusto per giustificare la diaria di trasferta; qualcun altro cerca di dare valore aggiunto rispetto alla concorrenza, arrivando a dare la benedetta notizia qualche attimo prima, oppure raccontando qualche particolare esclusivo, vero o almeno verosimile. Nella fretta di fare bene, e meglio degli altri, ci scappa l’incidente: cronaca di un infortunio annunciato. Tutti a cercare di bruciare lo starter, prima o poi qualcuno fa la partenza falsa.

Accanimento terapeutico, coazione a ripetere, in uno scenario in cui la notizia in sé non costituisce più un valore. La notizia in sé non rende la mia vita migliore o più bella; sono i commenti, l’incrocio tra notizie diverse, l’approfondimento, la comprensione delle dinamiche tecniche della sentenza, in una parola il contesto: context is the real content, context is the new king! Il contesto mi aiuta a comprendere, mi rende un cittadino più consapevole, un professionista più abile, un tifoso (juventino) più competente.

Se questo è vero, che senso hanno i dibattiti televisivi sempre più numerosi dove gli ospiti sono i giornalisti stessi? Mancando la notizia, devono diventarla? Questo succede perché passare dalla notizia al contesto (o se non altro accompagnare la prima con il secondo),  significa ricostruire tutta la macchina dell’informazione, spostando l’enfasi, il valore aggiunto su altre abilità rispetto a quelle tradizionali. Complesso e faticoso. D’altro canto, l’alternativa è investire una marea di soldi per mandare centinaia di persone a fare tutti la stessa cosa, contemporaneamente, rubandosi la scena a vicenda per arrivare, se si è fortunati, a mettere il microfono sotto il naso del condannato, o dell’assolto, per chiedergli “come ti senti?”. Come mi sento? Come vi sentite voi, in quattrocento, a fare come Jannacci nella canzone: E mi sont chi, ‘nsul marciapee, che cammini avanti e indrè, e me fann mal i pee, Lina, oh Lina!

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2 pensieri su “Slow news, no news

  1. Una considerazione molto divertente, tuttavia la questione pone un problema”etico” molto importante a mio avviso. Giustamente dici che la notizia non è più importante, importante è il contesto, però la notizia rimane fondamentale, perché senza di essa è inutile analizzare il quadro generale. In fisica, ma anche in chimica, per osservare una reazione bisogna creare un innesco (termine oggi molto gradito anche agli amanti del marketing online e del passaparola), ebbene, nel mestiere del giornalista quell’innesco è la notizia. Un paio di anni fa, Rosaria Capacchione, una giornalista che non la manda a raccontare, raccontò un episodio simile a quello qui citato: era stata sulla scena di un crimine con un certo numero di morti, mi pare 4, ma l’Ansa batté che i morti erano in numero differente (mi sembra di ricordare tre). Il risultato fu che la giornalista dovette faticare per convinvere il suo direttore a pubblicare la notizia corretta (lei aveva visto i morti ed era l’unica giornalista presente), perché le agenzie sono fallaci. Arrivo al punto: è vero, è uno spreco mandare 400 giornaliti per una notizia come quella citata, ma chi dovrebbe dare la notizia? chi dovrebbe davvero verificare ciò che viene detto e su cui si parla ha come punto di partenza una fonte vera? anche tu hai sentito le’sigenza di verificare di persona la notizia del cronista del Daily che buca lo scoop prima di proporla in questo blog, quindi c’è un oggettivo problema di autorevolezza delle fonti. Che poi paghi meglio il contesto il “context” posso anche essere d’accordo, ma tutto dipende dalla fonte primaria: la notizia. Per quanto poi riguarda il context is king… beh, già pensavo che non lo fosse il content, figuriamoci il context… diciamo che a me piace più di tutti la versione originale, quella con il Cash davanti a tutto, è meno ipocrita;)

    • D’accordissimo sul cash, ci mancherebbe 😉
      Ovviamente la notizia è essenziale, senza notizia non si parla di nulla.
      Il problema è che alcuni fenomeni permessi dai nuovi media, uno per tutti la disintermediazione (nel B2B, ad esempio, il produttore che diventa publisher, nel B2C l’esperto che scrive su un blog seguitissimo), rendono la notizia una commodity. Le commodity sono necessarie, ma non danno valore percepito e sono soggette ad economie di scala. La CNN da quasi sempre notizie più aggiornate, più complete, arriva per prima sul luogo dell’evento e così via. E’ sciocco per un media “normale” competere, anche perché il lettore è talmente inondato dalla notizia, che non le attribuisce più valore, né è disponibile a pagarla. Diventa un balletto senza senso, tutti a dire le stesse cose.
      Dare il contesto è molto più complesso, ma non mancano esempi assolutamente virtuosi. Scelgo a caso: Chicago Blog, National Geographic, Sports Illustrated.

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