Il fantasma di Elvis

Come tutti sappiamo, Elvis (di cui sono accanito fan da tanti anni) non è morto; e questo è vero in molti modi.

J.R. Salamanca è l’autore di un romanzo del 1961, “A lost country” da cui appunto fu tratto un film con Elvis, con un titolo leggermente diverso. Non ho visto il film e non ho letto il libro, probabilmente nessuno dei due lo merita (sono fan di Elvis il cantante, non certo dell’attore). Fatto sta che la Author Guild, un’associazione di scrittori americana, ha pescato l’opera tra quelle dichiarate “Orphan works” da un gruppo di università americane.

Gli Orphan works sono i libri il cui autore si è perso, è irreperibile; le università li hanno raccolti e hanno stretto un accordo con Google per la loro digitalizzazione e diffusione; provocando la reazione dell’Author Guild, che non ha esitato a fare causa. E che per dimostrare che il concetto di “orphan” è pretestuoso, con una semplice ricerca sullo stesso motore di ricerca ha individuato l’autore di “A lost country”, l’ha raggiunto telefonicamente, l’ha intervistato. Altro che Opere Orfane: l’autore è vivo e vegeto!

In questo modo è stato evocato il fantasma di Elvis, e noi per questo siamo grati. Ma qual è un modo ragionevole per risolvere la questione? La maggior parte delle opere di cui si parla sono lavori scientifici; una massa di conoscenza destinata a restare inutilizzata, a perdersi, senza genitori (a parte qualche Salamanca) e per questo senza neanche figli. La sterilità del sapere, per onorare il copyright. E’ chiaro che la difesa della proprietà intellettuale è obiettivo giusto e etico; e che la moderna economia della conoscenza è possibile solo se le opere dell’ingegno sono tutelate e remunerate per lo sforzo fatto per realizzarle, e per il valore che offrono agli utenti. Parla uno che compra tutta la musica che ascolta, compresi i 19 CD di Elvis che impreziosiscono la mia collezione. Ma alla fine, a chi appartiene la conoscenza? Ogni scoperta si basa su quelle precedenti, nani sulle spalle di giganti o viceversa, che compongono un patrimonio che, in qualche misura, è “creative commons”.

Personalmente, considero giusta e opportuna la battaglia contro la pirateria e per la difesa del copyright. Ma c’è un problema complesso, che consiste nel conciliare regole vecchie, che nel tempo si sono ingigantite, con un ecosistema totalmente nuovo, che funziona su dimensioni inedite. E questa non è una questione che può essere considerata un semplice problema di ordine pubblico. We can’t go on together with suspicious minds.

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