A Boston c’è la neve …

… e si muore di noia
Urla tristi di gabbiani sull’acqua della baia
Gente dalla pelle grigia che ti guarda senza gioia
Tutti freddi e silenziosi chiusi nella loro storia

Ma in Italia oh dolce Italia
In Italia è già primavera
In Italia oh dolce Italia
La gente è più sincera, la vita è più vera

Ma in Italia oh dolce Italia
In Italia è già primavera
In Italia oh dolce Italia
La gente è più sincera, la vita è più vera

Ma poi tornati qui a Milano sembrano tutti americani
Vivono vite di sponda ciechi ai loro problemi
Vorrei metterli su di un Jumbo e poi fargliela vedere
Quell’America senza gioia, sempre in vendita come una etc.

Così cantava Finardi nell’87 in una bellissima canzone che consiglio a tutti di scaricare (legalmente). Noi italiani siamo sempre stati esterofili; ma ultimamente la moda di dire che all’estero è meglio, che lì davvero è un’altra cosa, che a chi ha ambizione, fantasia, cervello conviene, anzi necessita emigrare, è esplosa con la potenza del passaparola. Tutti fuori, tutti via, qui non c’è più speranza. Deflagra la sindrome del castello: gli assediati vorrebbero uscire, gli assedianti vogliono entrare. Star hollywoodiane trovano casa sul lago di Como mentre torme di migranti si affollano alle frontiere; e i nostri giovani sognano l’America, l’Australia, Londra, persino la Francia, così simile a noi, anche se noi non osiamo pensarlo mentre loro hanno il terrore di rendersene conto.

E l’editoria? A guardare oltralpe e oltreoceano la situazione sembra molto simile. Crisi, ristrutturazioni, precariato. Per i quotidiani USA è un’ecatombe, in confronto da noi va quasi bene. D’altro canto, i prodotti sono tremendamente simili. Se prendete una mazzetta di giornali, o riviste, di vari paesi, struttura, impostazione, impaginazione, formati, caratteri etc. sono tutti uguali. Per non parlare dei palinsesti e dei format televisivi. Di conseguenza,  se i mezzi tradizionali devono andare in crisi, ha senso che lo facciano tutti insieme. Idee sul futuro poche, pochissime che funzionano. Non sto qui a elencare i fallimenti clamorosi, basta, come si dice, leggere i giornali.

Se c’è un punto che ci svantaggia in modo evidente nei confronti di alcuni paesi, questo a mio avviso è l’esiguità del mercato pubblicitario on-line; una fettina della torta piccola piccola. In Gran Bretagna è un mercato, da noi un mercatino. Questo secondo me è un forte svantaggio perché non è vero che l’on-line toglie i soldi ai mezzi tradizionali; questi perdono di proprio, ma almeno lì c’è qualcosa su cui investire. Su un mercato si investe, in un mercatino si può solo sperare di fare qualche buona vendita in una giornata di sole.

Allora? Lì sì che si può lavorare, non come qui! Negli altri paesi c’è più coraggio, più apertura! Qui il sistema è bloccato, non si riesce a lavorare! Sciocchezze: se non l’avete capito, a me questa esterofilia risulta antipatica e irritante, e spero me ne scuserete. Anche sull’on-line facciamo peggio di alcuni ma come o meglio di altri. E se non ci basta fare media, questo è un atteggiamento positivo. Allora iniziamo ad alzarla, questa media, partendo dalla conoscenza, dalla formazione, dall’apprendimento. Vogliamo creare un mercato digitale in Italia? Iniziamo a imparare. Nella civiltà industriale si diceva “se voglio, posso” fondando il successo sull’atomo della volontà imprenditoriale. La civiltà digitale è basat sul bit della conoscenza: “se so, posso”.  Iniziamo a studiare, oggi, ciascuno per conto suo.

E’ venuto fuori un sermone, oggi mi piglia così; sarà che torno da un viaggio in Provenza: bellissima, e non così diversa.

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Un pensiero su “A Boston c’è la neve …

  1. Mi piace anche questa parte, il “sermone”. Quando le cose escono dalla pancia arrivano dritte. Una prova di coraggio è tornare a investire, giustissimo.

    Peccato che – per lo meno dal piccolo della mia esperienza – mi rendo conto che molti editori non hanno una visione strategica molto chiara (spesso non l’hanno del tutto) in quanto sono tutti troppo preoccupati del breve termine. La massima preoccupazione attuale di un editore, è trovare un fornitore per avere i file di Indd convertiti in ebook o in versione iPad. Non è invece – come dovrebbe essere e come accade fuori dai nostri confini – di curare innanzitutto la strategia di gestione dei contenuti digitali, la quale se bene impostata, agevola in seguito la distribuzione multicanale degli stessi.

    Molti editori non guardano oltre i conti, così gli investimenti che oggi sono tutti di pura tecnologia, vengono percepiti come una spesa necessaria che dove possibile viene ridotta ai minimi termini. Investire in tecnologia per molti è solo un costo che non porta all’azienda nessun margine competitivo rispetto ai concorrenti: ecco perché a mio avviso si fatica a investire.

    Mi fermo per evitare di mettere insieme troppi concetti in troppo poco tempo e spazio. Ci sarebbe però da dire ancora molto su questo argomento, ma non voglio finire per fare un cacciucco. Quello mi diverto a farlo solo in cucina … 🙂

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