A me mi piace

L’uovo dei record rinnova un’antica illusione: che l’abbondanza di quantità possa sopperire alla mancanza di qualità; che avere consenso possa sostituire l’avere ragione; che contare significhi comprendere.

L’uovo dei record conta solo in quanto conta; conta i like, calcola i “mi piace”, milioni, decine di milioni, a prescindere da questioni di senso e identità.

La presunzione della consistenza della quantità è illusione di sempre, tipica anche della nostra era, lo mostrano le cronache ma anche la popolarità dei big data (big, appunto, non right) e della stessa espressione “intelligenza artificiale”, come se qualcosa basata su un algoritmo statistico potesse appartenere all’ambito proprio dell’intelligenza.

Nella sua nuda rotondità l’uovo svela l’illusione: non basteranno tutti i like del mondo a rendere all’uovo la sua autentica essenza (che non è quella, sia pur notevole, di finalizzarsi in frittata!); l’uovo, non possiamo dimenticarlo, è disegnato per diventare pulcino, e per nutrirlo. L’uovo è disegnato per trascendersi, lasciandosi i numeri alle spalle come i frammenti del guscio sbriciolato. Tutta roba di qualità, che piaccia o no.

 

Benvenuto 2019: che intenzioni hai?

Sto finendo di smaltire le dosi eccessive di panettone + prosecchino ed è il momento di guardare con fiducia all’anno da poco iniziato.

Con fiducia?

Di natura sono un ottimista depresso … beh, siamo tutti un filo bipolari. Esplicitamente, fattivamente ottimista, interiormente sempre preparato al peggio. Dò almeno in parte la colpa ai romanzi italiani del diciannovesimo e ventesimo secolo, studiati sui banchi del liceo, versione spenta del vitalismo Hemigwayano che tanto amo. Il protagonista si batte, soffre e si impegna, ma alla fine il fato crudele renderà tutto vano. Fatalismo mediterraneo, Continua a leggere

D&G vs. Cina

In questi giorni si è molto parlato della vicenda che ha contrapposto Dolce & Gabbana da un lato, l’intero popolo cinese dall’altro.

Il Popolo (della Repubblica Popolare Cinese stiamo infatti parlando) si è offeso a ripetizione. Molto si è detto su quanto fosse maldestra la campagna e addirittura disastrosi i tentativi di recuperare, fino all’ultimo video tragicomico con i due stilisti vestiti di nero intenti, a testa bassa, a recitare un copione surreale.

Di campagne sbagliate se ne sono viste e se ne vedranno; di gestione delle crisi peggio della crisi stessa, anche queste non ci mancheranno mai.

La vera novità però è diversa e su questo dovremmo riflettere: in poche ore la Cina ha spento senza remissione una delle principali marche di moda mondiali. spenti. Asfaltati. Arati. Annichiliti. Cancellati dalla realtà. In poche ore. Un terzo del fatturato gone with the wind. Perché qualcuno ha deciso che la ragazza che mangiava gli spaghetti e il cannolo con i bastoncini offendeva il Popolo.

Internet vuol dire anche questo, forse non solo in Cina; e ciò mi spaventa più di quanto sappia dire.

Io tu noi gli altri

Rompo un lungo silenzio (un periodo ricco di troppe cose da fare e, una volta tanto, poche cose da dire) per dare spazio all’amico Fabrizio Bellavista, autore di “Io tu noi gli altri”. Ho chiesto a Fabrizio un’introduzione personalizzata. Lo ringrazio e la trovate qui sotto. I temi, come potete vedere, sono importanti, degni di riflessione, di dibattito e di opinioni. Opinioni e dibattito frutto appunto della riflessione; come ormai poco si usa. Grazie Fabrizio e se il libro vi interessa, lo trovate anche su Amazon.

Mentre con lo studio della psicolinguistica ero riuscito a dare delle risposte soddisfacenti alla richiesta di monitoraggio ed efficacia  della comunicazione tradizionale, sul versante della disruption digitale mi mancava una visione d’insieme.

L’incontro con Nino (G.F.Esposito), economista proveniente dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne, ha perme

sso di fare passi avanti in questa direzione. Ecco le domande a cui si è cercato di dare una risposta….

Nel nostro Paese, ci sono elementi che potrebbero renderci un laboratorio per definire un nuovo capitalismo imprenditoriale civile? E da questo trovare dunque un senso profondo ad una economia della condivisione costruita sulla nostra particolare esperienza di paese? Nello specifico: un nuovo tipo di economia che si avvale di un importante antefatto, cioè che l’Italia è sociale e social e che la prima cattedra di economia al mondo è stata a Napoli nel ‘700, un’economia che aveva un’ attenzione speciale al sociale ed alla felicità pubblica….dimostra, nei tempi nostri, una vivacità di risposte molto importanti (quindi esiste un ‘filo rosso’ che ci porta da Napoli sino alle Social Street e alle nuove forme di commistione ed ibridizzazione tra cultura, produzione e territori transitando attraverso nuove modalità di fare artigianato globale nei  fab–lab?).

L’excursus del libro, in modo estremamente sintetico, ci porta dall’esperienza partenopea di Antonio Genovesi (1754) con la sua prima cattedra di economia di cui si abbia traccia in Europa sino alla economia della condivisione di cui sono approfonditi vari aspetti (tra cui l’esperienza delle prime social street al mondo a Bologna e Ferrara). Ci sono due passaggi particolarmente importanti per la piena comprensione di questo viaggio iniziato nel ‘700: l’incontro del pensiero napoletano con il concetto di imprenditoria creativa milanese dell’800 – in cui emerge chiaro il ponte creatosi tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento tra Napoli e Milano; a questo si aggiunga la grande esperienza delle società cooperative sul suolo italico attorno al 1854 a soli dieci anni dalla prima costituzione di società cooperativa britannica. 

Scrivi, Socrate, scrivi

La parola sta morendo.

Ovvio, è un’esagerazione. Sicuramente non sta tanto bene e sto parlando di quella scritta; perché parlare, si parla tanto, troppo, da sempre.

Fatto sta che nella comunicazione su Internet e sui social media, predominano ormai largamente immagini, video, emoticon, emoji, gif, in breve tutte le forme di comunicazione che passano attraverso le immagini. A esagerare, un bel hashtag, quattro abbreviazioni, GR8 ROTFL CU L8R. Non si scrive più, si scrive poco, si scrive male.

Tutto sommato nulla di nuovo sotto il sole, non è la prima volta che lo scritto latita. Già agli albori della civiltà occidentale il vecchio Socrate, decano e simbolo di tutti i filosofi, sviluppava il suo pensiero in modo dialogico, chiacchierando con i suoi studenti mentre passeggiava sotto i Propilei. Il suo discepolo Platone arrivò a esprimersi in modo negativo su libri e testi scritti in genere; secondo lui infatti favorivano la conoscenza (bleah), mera trasmissione e ripetizione di concetti non capiti appieno, te lo vendo come l’ho comprato, appunto sulle pagine di un libro, tutto ciò a danno della Sapienza vero e unico valore da perseguire per l’uomo bello e nobile. La Sapienza è un viaggio di scoperta diverso per ciascuno di noi, passa per la ricerca, il dialogo, si parte da quello che si pensa di sapere per scoprire tutto il resto secondo un percorso non riproducibile, non codificabile, ogni volta differente. Proseguiamo: l’Iliade e l’Odissea rimasero per qualche secolo secoli affidati alla memoria e alla trasmissione orale di aèdi e rapsodi, subendo modifiche e affinamenti fino ad atterrare (purtroppo o per fortuna?) in forma scritta, immutata e immutabile.

Personalmente amo molto il testo scritto, mi piace scrivere e mi piace leggere. Penso che scrivere, piuttosto che disegnare o parlare, richieda di per sé maggior riflessione e focalizzazione. E’ questione della stessa lentezza propria dello scrivere, siamo Continua a leggere

Sotto la pelle

Dall’amico Stefano ricevo la segnalazione di un interessante articolo sulla diffusione dei chatbot. La tesi principale del pezzo è che le app, da anni protagoniste della nostra vita su smartphone, verranno gradualmente sostituite dai bot, agenti intelligenti con un’interfaccia conversazionale. Un bot esegua una specifica operazione cui siamo interessati senza bisogno di una attenzione esplicita da parte dell’utente, obbedendo piuttosto a semplici comandi vocali o comunque testuali, all’interno di un dialogo naturale. Io parlo, lei o lui ascolta, mi chiede chiarimenti, poi agisce.

Le app sono ormai compagne quotidiane, ma sono compagne che richiedono attenzione e anche una certa dedizione. Quando abbiamo bisogno di attivare una specifica funzione utile per un nostro scopo specifico, dobbiamo fare pausa, aprire la app stessa, adattarsi alla sua logica o linguaggio e infine fare quello che ci interessa fare. Certo siamo facilitati dalla comodità dell’interfaccia touch e dal progressivo diffondersi di linee guida per la progettazione che hanno parzialmente omogeneizzato la logica di funzionamento e l’apparenza; ma il mondo delle app resta fortemente atomizzato. Questo produce una frantumazione dell’esperienza; ogni funzione che voglio compiere richiede un diverso oggetto, una diversa attenzione, continui pitstop a interrompere il flusso delle cose che facciamo e che vogliamo fare. La residua speranza di mantenere intatto il flusso dell’esperienza viene spezzato dal continuo fastidio delle notifiche che ci richiamano da qualunque cosa stessimo facendo per dirigerci verso il piccolo mondo chiuso di ogni specifica applicazione.

Chatbot e dematerializzazione

Nel caso del chatbot invece, mentre facciamo quello che ci interessa fare, impartiamo dei comandi vocali che il bot si incarica di interpretare ed eseguire, restando all’interno dell’esperienza reale che stiamo vivendo.

La storia del digitale può essere vista come una progressiva dematerializzazione dell’apparato sia hardware che software, dai mega computer che venivano ospitati in un intero edificio ai personal pc, tablet, smartphone, colonnine sulla credenza, e domani magari qualche implant sotto la pelle.

La parte software segue percorsi analoghi; dai comandi testuali sulla riga di programmazione, alle interfacce grafiche, ai dispositivi touch e adesso i comandi vocali.

Il rapporto con il mezzo diventa “seamless”, totalmente fuso con l’esperienza, esattamente come gli indumenti tecnici senza cucitura che si usano nello sport per non generare frizione tra l’abbigliamento e punti specifici della pelle. Corri, e non ti accorgi di avere le calze.

Tutto il marchingegno diventa “embedded”, come si dice nell’industria del software; la funzione resta nascosta all’interno del percorso di utilizzo dell’utente, pronta a essere risvegliata e azionata quando opportuno.

Mamma sono diventato trasparente

Le conseguenze di questi mutamenti sono e saranno importanti.

Tutti i servizi dovranno diventare trasparenti, inseriti nell’atto di utilizzo da parte del cliente. Tutto ciò che richiederà un’attenzione specifica, l’apertura o l’attivazione di determinate funzioni, verrà percepito come noioso, importuno e Continua a leggere

Ho letto: The guitar players

Convinto di voler imparare a suonare la chitarra, il ragazzo esce e ne compra una in offerta speciale a dodici dollari.

Va a casa, ci prova e non riesce a capire il motivo per cui non è in grado di prenderla semplicemente in mano e suonare la cosa che ha in testa, sembra così facile! Lui comunque non si arrende e continua a suonare. Dopo due o tre settimane ancora non riesce a ottenere due note buone una in fila all’altra, niente che assomigli a una melodia, e le sue dita fanno sempre più male.

Forse allora si stuferà e smetterà, la chitarra andrà alla deriva verso l’armadio o il mercatino dell’usato; forse invece cercherà un insegnante, aspettandosi che in 30 minuti a settimana riesca a fare tutto quello che il ragazzo si aspetta da lui. Certo non gli verrà in mente di pasticciare con la chitarra tra una lezione e l’altra. Alla fine lo strumento finisce nell’armadio di prima.

Così non funziona, devi metterci il tempo; devi investirci il tuo tempo. E’ molto semplice, la maggior parte delle persone Continua a leggere