Esserci o non esserci

Questo è il dilemma.

foto da wikipedia

Se sia più nobile nella timeline soffrire
colpi di hater e dardi d’atroci leoni da tastiera
o prender armi contro un mare di commenti
e, cancellandoli, por loro fine?

Disicriversi, mettere a dormire l’account;
nient’altro, e con una vuota assenza

dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille insulti
di cui è erede qualunque presenza social:

è una conclusione
da desiderarsi devotamente.

Untag, unfollow.
Dormire, forse sognare.

Mi sono permesso di parafrasare tale William Shakespeare, il più grande copy di tutti i tempi, per interrogarmi sul significato della reputazione on line. Vale la pena avere un’immagine on line? meglio non esserci? e in ogni caso, come esserci?

Nelle chiacchiere da sala riunioni in attesa di iniziare un incontro, o in quelle alla macchinetta del caffè (tempi felici, ricordate?) ho sempre sostenuto che il patrimonio più importante di un manager sia la propria reputazione. Apre le porte; predispone positivamente chi ci deve incontrare quando ancora non ci conosce; fa sì che le persone si fidino di noi, rendendo qualsiasi progetto più facile da avviare e concludere; ci precede, ci accompagna e ci guida e non va mai compromessa.

Ovviamente non vale solo per i manager. Il punto piuttosto è che nel mondo di oggi, in questo strano minestrone in cui si confonde la vita fisica con quella online, la nostra immagine è principalmente digitale. “Principalmente” in quanto viene prima di quella reale, in un paradossale gioco di specchi. Prima di conoscerci fisicamente, le persone ci googlano (o bingano, o duckduckgoano, come volete) …

[Marketing tip:] chi crea il nome di un servizio pensa mai al fatto che il brand stesso potrebbe un giorno diventare un verbo?

… e si fanno un’idea di noi, giusta, sbagliata, completa o lacunosa che sia. Quando poi ci conosceranno fisicamente, “dal vivo”, questa idea influenzerà e condizionerà fatalmente il loro giudizio finale.

Distanziamento digitale

Una volta si diceva che i primi 5 minuti sono quelli che contano; adesso, e con maggior forza, sono i primi 5 risultati della ricerca su Google. Di più, in questo periodo in cui i rapporti diretti, con o senza distanziamento, sono sotto il minimo sindacale, la nostra identità digitale conterà ancora di più rispetto a quella fisica, perché anche quando ci si incontra lo si fa su Skype/Zoom/Meet/Teams/GoToMeeting/video chiamata su Whatsapp/etc. scambi di comunicazioni elettroniche povere di tutta la parte emotiva ed esperienziale che guida o almeno dovrebbe guidare l’idea che ci facciamo degli altri e la qualità delle relazioni che manteniamo con loro.

Ho parlato di immagine “reale”, come se ce ne fosse una fisica da contrapporre a quella virtuale. Anche questa però è una visione sorpassata, cecità selettiva, manicheismo inadeguato. La realtà è una, ed è tale per le strade dei quartieri che abitiamo come nei meandri dei social che frequentiamo.

Saggezza popolare

Per scrivere questo post ho spulciato Wikiquote cercando qualche citazione significativa sulla reputazione. Non ho trovato nulla che mi colpisse nella sezione dedicata alle citazioni vere e proprie, mentre c’è molto sugo tra i proverbi popolari. Tra gli altri:

  • Fatti buon nome e piscia a letto, e diranno che hai sudato. 😆
  • Il buon nome supplisce alla camicia che manca. 🤭
  • La reputazione annuncia l’uomo come l’odore la padella. 😵
  • Un buon nome conserva anche al buio il suo splendore. 🤤
  • Le ferite alla reputazione di rado guariscono. 😕
    e infine
  • Ogni cosa è come si stima. 👏

Una volta, e non molto tempo fa, si era disposti a rischiare la vita in duello per mantenere la propria onorabilità e rispettabilità. Ci fermiamo qui con la metafora del duello: a parte un mondo di altre buone ragioni, spesso è proprio l’esercizio della violenza verbale che compromette la nostra immagine. Resta il fatto che lo stesso tipo di intensità e di attenzione che nel seicento veniva speso per proteggere la propria onorabilità, andrebbe speso per curare quello che diciamo e che si dice di noi online.

I duellanti regia di Ridley Scott | ifellini.com
Foto da ifellini.com

Lavorare sulla nostra immagine

Purtroppo non è così che ci comportiamo. L’evidenza mostra quanto siamo poco sensibili al tema e scarsamente equipaggiati per affrontarlo. Questo mondo non ci piace fino in fondo, adattarsi è scomodo e difficile e preferiamo continuare a piagnucolare rimpiangendo quello che non c’è più, prima di Internet, prima dei social, si stava meglio quando si stava peggio. Pensare che la nostra immagine, la nostra reputazione, il nostro onore e la nostra rispettabilità dipenda da quello che noi o altri postiamo, da un tag maldestro in una fotografia che non andava pubblicata, da uno sfogo incontenibile in una serata difficile, ci offende e ci ripugna.

Comprensibile, ma si tratta di nostalgie tanto velleitarie quanto inutili. Questo è l’unico mondo che abbiamo a disposizione, e conviene imparare a navigarlo.

Alcuni di noi reagiscono trascurando i social, non postando o ibernando l’account; non sanno che nella comunicazione non esiste qualcosa come l’assenza; il silenzio parla più delle parole, se non viene riempito dice quello che pare a lui. Pericoloso, voto 3.

Altri credono nella spontaneità assoluta, nella mancanza di attenzione, nella beata incoscienza di chi può permettersi di essere sé stesso senza tanti pensieri; certo spendono tempo a scegliere i vestiti da indossare, vanno dal parrucchiere ogni due settimane e si preoccupano di rughe o macchie sulla pelle; ma quando postano si presentano con indosso il pigiama liso e deformato della propria intemperanza. Simpatici ma ingenui e potenzialmente indecenti, voto 5.

Altri ritengono che basti la propria statura off line, il proprio ruolo sociale, il fatto di essere uomini o donne “di successo”. Pensano che questo li farà rifulgere di luce indotta anche online, un caso ignorante del già triste “lei non sa chi sono io”. Presupponenza che se nella vita fisica merita una semplice pernacchia di pochi secondi, in quella digitale può essere sanzionata con maligna pervasiva derisione. Antipatici, voto 2.

Altri ancora si sentono come Roy Beane, la legge a Ovest del Pecos e quando sono online dicono l’indicibile, visitano l’invisitabile, scaricano l’inscaricabile, noncuranti delle leggi e ignorando che tutto quello che facciamo online è lì per sempre e può tornare a cercarci in ogni momento. Anche attraverso una denuncia della GdF o una querela di parte per diffamazione aggravata. Inqualificabili, senza voto.

Poveri commedianti che si pavoneggiano e si agitano..

Ho iniziato con Shakespeare, finisco con Shakespeare. Lui sì che sarebbe stato un grande copy, perché sapeva che:

Tutto il mondo è un palcoscenico, donne e uomini sono solo attori che entrano ed escono dalla scena. Ognuno nella sua vita interpreta molti ruoli e gli atti sono le sette età della vita. Dapprima l’uomo è un bambino che frigna fra le braccia della nutrice, poi uno scolaro lamentoso e svogliato che si incammina verso la scuola a passo di lumaca.

Poi è un innamorato che sospira come un mantice, più tardi un soldato baffuto e lesto di mano, poi un giudice sentenzioso con la pancia piena, gli occhi severi, la barba ben curata […]. La sesta età lo vede in ciabatte e i pantaloni sformati e vuoti, le lenti sul naso […]. La scena infine che chiude questa strana e movimentata storia è una seconda infanzia, puro oblio, senza denti, senza vista, senza gusto e senza niente.

Così è se vi pare. E’ il titolo dell’opera teatrale di William, e quella nostra di tutti i giorni. Tutti i giorni siamo su un palcoscenico, a recitare una parte che a volte ci siamo scordati di imparare. Da dove iniziare? Apriamo un motore di ricerca o un social network popolare, digitiamo il nostro nome e cognome, immaginiamo di essere il peggiore dei nostri nemici, e leggiamo.

Albe e tramonti

Finisce il 2020 e dietro l’angolo spunta il nuovo anno. Tramonta il sole, fra poco sorgerà il sole.

Le foto di albe e tramonti sono spesso stupende a prescindere dall’abilità del fotografo, e hanno una speciale caratteristica: è molto difficile, se non impossibile, distinguere le une dagli altri. Il sole stava affondando nel crepuscolo, o scaturendo dall’aurora? E’ evidente nel presente, ma visti in retrospettiva, fine e inizio si confondono, e la lascio lì senza insistere a filosofeggiare.

Ho selezionato dall’archivio foto mie provenienti da molti incantevoli angoli della terra, ma anche dal balcone di casa mia (che è un bel posto, ma non lo definirei incantevole).

E’ un’altra caratteristica di questi momenti speciali, la loro bellezza non dipende dal luogo o dalla situazione, isola tropicale o triste paesaggio suburbano, sanno dipingere di magico qualsiasi posto e qualsiasi momento.

Buon Capodanno, buona fine, buon inizio.

(suggerisco di cliccare su una foto per ingrandirla e poi scorrere per visionare le altre, + un peccato perdere il dettaglio di certi colori)

L’illusione e la speranza

Questo è stato un anno davvero difficile per tutti e sicuramente anche per me. A pochi giorni dalla fine del 2020 vorrei dunque fare delle considerazioni in diretta dal cuore, così come richiede un periodo davvero particolare.

Per alcuni (molti?) di noi le difficoltà sono state davvero gravi. E’ difficile accettare le limitazioni della libertà personale, le battute di arresto, le perdite, i timori e le paure, le sofferenze e i problemi che non si può o non si riesce a risolvere.

Mi sorprendo ogni tanto a ribellarmi a quello che è successo in questi mesi. E’ probabilmente futile, ma è nella natura dell’uomo volere sempre di più e tutto sommato io spero di non arrendermi mai alle difficoltà, senza la speranza di poterle rovesciare. Insomma, rivendico la capacità di non rassegnarmi, nelle cose piccole come nelle grandi. Potremmo anche chiamarla speranza, in una versione un poco acida e rivendicativa.

Non rassegnarsi significa anche non illudersi, inducendo sé stessi a credere che in realtà si tratta solo di accidenti, fenomeni di passaggio sotto i quali c’è una struttura più vera della realtà che rende insignificanti gli infiniti inciampi che costellano i nostri giorni. La natura dell’uomo è fatta anche di infelicità, leopardiana costante compagna, cui non c’è modo di sfuggire con credenze consolatorie. “Trovare la felicità tra le persone intelligenti è la cosa più rara che conosco” chiosava Ernest Hemingway. Ho frequentato e approfondito le filosofie orientali, che sostengono che la vita è altrove. Appunto; e allora non mi interessano.

È anche la ragione per cui la considerazione che c’è chi sta peggio non ha mai consolato nessuno. Perché dovrebbe? Sarebbe odioso in quanto userebbe il disagio degli altri per sostenere la propria felicità. La sofferenza personale è assoluta, nel senso che non è paragonabile e oggettivabile. Piuttosto, la propria esperienza può e deve creare empatia e solidarietà, uno sguardo che comprende, accarezza e sa stare vicino. E’ giusto e doveroso conservare un’ampia riserva di attenzione per chi, effettivamente, sta peggio, qualunque siano i nostri guai. La pena dell’insensibilità è un’esistenza sterile e spesa a difendere il proprio sempre più angusto spazio vitale.

Per cui teniamoci stretta l’esperienza delle cose che abbiamo visto e delle persone che abbiamo conosciuto nelle circostanze e nei momenti più difficili di quest’anno; dobbiamo tenere alle nostre ferite come alla parte più vera di noi, insieme alle nostre gioie più sublimi, entrambe ci faranno preziosa compagnia finché avremo fiato.

Nonostante tutto mi rifiuto di classificare il 2020 come un anno perso. Io, Alessandro, mi porterò nel 2021 un patrimonio formidabile. Le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicine fino in fondo, prime fra tutte il tesoro inestimabile della mia famiglia. Quelli che hanno teso una mano anche quando non dovevano, o non gli conveniva. I semplici conoscenti che si sono rivelati veri amici, gioielli di cui non sospettavo la brillantezza. La capacità ogni mattina (quasi sempre) di liberarmi dei fantasmi della notte e trovare la voglia e la passione per voltare pagina. Lo sguardo che è capace di non tremare anche quando le garanzie e le assicurazioni vengono meno, per misurarsi alla pari con qualunque circostanza la sorte vorrà proporre. Lo stupore di scoprire come il mondo sia grande, immenso e meraviglioso e come ogni perdita sia anche l’innesco per una nuova avventura. E infine alcune persone in camice bianco e verde, angeli sulla linea del fronte dotati di un pozzo infinito di pazienza, umanità e passione. Questo post, oltre che alla mia famiglia, è dedicato in particolare a loro, ai medici e agli infermieri dell’UTIC dell’ospedale di La Spezia.

Non porterò nel 2021, non voglio portarmi, il ricordo degli altri, di quelli che hanno fatto detto pensato la cosa sbagliata, al momento sbagliato, nel modo sbagliato, e chi potendo, non ha fatto quello che doveva. Ignoranza, stupidità, noncuranza … il loro pensiero non appesantirà il mio zaino. Ognuno alla sera va a casa con sé stesso, può essere una benedizione o meno, e per dirla tutta non sono certo io a potere giudicare qualcosa o qualcuno, sa il Cielo se non ho anch’io la mia buona dose di povertà e fallimenti. In questo mi consola un’altra citazione del mio adorato Ernest “The first draft of everything is shit” la prima bozza di qualunque cosa è inevitabilmente una stronzata, vale anche per la vita.

Nel fango di quest’anno che volge al tramonto sono cresciuti dei fiori. Per chiudere vorrei dunque ricordare un’iniziativa cui tengo molto, a cavallo tra musica e solidarietà, una musica che parla di sogni, speranza, infanzia e umanità, una solidarietà diretta a un’associazione di famiglie che lottano contro una malattia che colpisce i bambini rovinando i loro sogni e la loro speranza, ma che è troppo rara per suscitare interesse e attenzione.

Basta cliccare su questo link e seguire le istruzioni per iniziare il 2021 con un piccolo tesoro in tasca.

Sperèm

Il lazzaretto di Milano

A pena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell’erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino.

Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che quell’acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n’avrebbe più ingoiati altri; che, tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sè per qualche tempo.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXVII

Immagine da wikipedia.org

Sul “purpose”: un dialogo fake-socratico

Erissia: “Ma che cavolo è? “Purpose”? Che nome strano, non ha qualcosa di oligarchico? O di regale? Non siamo mica in Persia! E poi è mal scelto. Nei miei viaggi verso i mercati della Fenicia ho incontrato persone che venivano da molti paesi diversi e c’è una regola importante sull’uso dell’inglese internazionale: evitare i sostantivi che contengono la sillaba “pur”, tipo “purchasing” o appunto “purpose”. Per alcune nazionalità sono sostanzialmente impossibili da pronunciare. Se avete un amico di Marsiglia, provate a chiedere a lui!”

Socrate: “Ma queste sono sciocchezze”.

Erissia: “Vero. Però non riesco a capire perché ne parlano tutti, perché dicono tutti che è sempre più importante per le aziende. Anzi, a dire la verità, caro maestro, non ho ancora capito bene di cosa si tratti”.

Socrate: “Il Purpose è la risultante solo in parte dei valori e della storia aziendali, ma è invece determinato da quello che l’azienda vorrebbe realmente essere. È la promessa di fiducia, di un rapporto che vede al centro non più il cliente o consumatore, ma la persona, in modo da vivere un’esperienza relazionale tra brand e cliente o potenziale tale, grazie ad un approccio unico, specifico, identitario. In altre parole è il valore autentico e il ruolo sociale di una marca che le permette simultaneamente di accrescere il proprio business e avere un impatto positivo sul mondo. Insomma, il purpose è la ragione per cui qualcosa esiste. Per le aziende ed i brand rappresenta l’insieme di idee, valori e propositi che ne caratterizzano l’essenza. Esplicitare il purpose di un brand significa esprimere la propria vision, non soltanto in termini economici e commerciali, ma anche a livello di cultura aziendale in senso ampio. Qual è l’idea di società che l’azienda vuole contribuire a creare? Quali sono i valori che condivide? I brand oggi non possono più essere distanti dalla vita delle persone e dalle questioni che i loro potenziali clienti reputano importanti e su cui dibattono quotidianamente. E’ necessario che i brand prendano posizione anche su temi etici e di rilevanza sociale”.

Erissia: “Ma ti senti quando parli?!? E poi scusa, non è che sei semplicemente andato su Google? Comunque mi spiace, ancora non ci capisco niente”.

Socrate: “Te la spiego da semplice cittadino e uomo della polis. Ai nostri giorni l’azienda e i suoi marchi devono abbracciare dei temi importanti, umani, sociali, potenzialmente anche divisivi, in modo da portarsi a un livello più alto, per così dire al piano superiore, in modo che i clienti quando pensano all’azienda e ai suoi prodotti vedano piuttosto dei valori di importanza assoluta. Mastico la merendina e penso all’inclusione e alla parità tra generi. Verso il detersivo nel piattello della lavatrice e intuisco che mi sto impegnando per l’accoglienza. Indosso le scarpe comprate ieri e so che sto prendendo posizione contro l’omofobia”.

Erissia: “Ma come si capisce che si tratta di un impegno autentico e non una subdola tecnica di marketing con il semplice scopo di vendere più merendine, detersivi, scarpe?”

Socrate: “Beh, queste aziende hanno preso posizioni serie, ferme, risolute, in modo inequivocabile e a volte provocatorio, rischiando addirittura di perdere clienti e fatturatopur di promuovere il proprio purpose!”

Erissia: “Ma li hanno poi persi i clienti?”

Socrate: “No anzi ne hanno guadagnati. Anche perché a perdere clienti sono le altre aziende, quelle che non si battono per i vessilli della moderna società aperta e progressiva”.

Erissia: “Eddai!”

Socrate: “Sembra di sentire parlare un cinico! Recentemente frequenti troppo quel sofista di Prodico”.

Erissia: “Per carità, mi conosci bene, sai che per me la dimensione etica dell’azienda è irrinunciabile e sai anche che ho pagato un prezzo per questa mia convinzione. Ma non pensi che basterebbe seguire le regole della giustizia che stanno già all’interno di una corretta attività di impresa? Tipo pagare salari equi, non disperdere nell’ambiente rifiuti tossici, non corrompere funzionari pubblici, e tutto il resto? Insomma, comportarsi in modo retto. Anche perché parlarne, se ne parla dal tempo degli Assiro Babilonesi, ma farlo … guardiamoci intorno!”

Socrate: “Secondo me ti sfugge il nocciolo del problema. Tu parli di giustizia, qui si parla di purpose”.

Erissia: “Appunto! E poi guarda che neanche tu lo pronunci bene, con tutte le tue arie da filosofo. Comunque, se adesso le aziende si battono per salvare il mondo, immagino che vengano guidate da idealisti, condottieri romantici, filosofi e sognatori”.

Socrate: “No in realtà sono guidati dalle stesse persone che le guidavano prima”.

Erissia: “Cioè gli stessi che …? Dai, sono stufo di cercare la verità, andiamo a mangiarci un bel cyceon, c’è un nuovo posto proprio sotto l’acropoli dove per farlo usano latte di giumenta e una farina d’orzo imbattibile”.

Socrate: “Prodotti da agricoltura sostenibile?”

Arissia: “Non lo so, so però che hanno appena lanciato una campagna per la difesa delle minoranze etniche in Cilicia”.

Le definizioni di Purpose sono prese da: https://www.francescodenobili.it/purpose-significato-brand-marketing/ https://www.uominiedonnecomunicazione.com/purpose-aziendale-studio-di-omnicom-pr-group/https://strategiaecontenuti.it/Andrea-Stella/approfondimenti/purpose-cose-e-perche-e-importante/ Chiedo perdono ai citati per l’ironia delle citazioni. In realtà suggerisco di visitare queste pagine per farsi una migliore idea di cos’è il “purpose” perché può essere importante per le aziende.

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