Sul “purpose”: un dialogo fake-socratico

Erissia: “Ma che cavolo è? “Purpose”? Che nome strano, non ha qualcosa di oligarchico? O di regale? Non siamo mica in Persia! E poi è mal scelto. Nei miei viaggi verso i mercati della Fenicia ho incontrato persone che venivano da molti paesi diversi e c’è una regola importante sull’uso dell’inglese internazionale: evitare i sostantivi che contengono la sillaba “pur”, tipo “purchasing” o appunto “purpose”. Per alcune nazionalità sono sostanzialmente impossibili da pronunciare. Se avete un amico di Marsiglia, provate a chiedere a lui!”

Socrate: “Ma queste sono sciocchezze”.

Erissia: “Vero. Però non riesco a capire perché ne parlano tutti, perché dicono tutti che è sempre più importante per le aziende. Anzi, a dire la verità, caro maestro, non ho ancora capito bene di cosa si tratti”.

Socrate: “Il Purpose è la risultante solo in parte dei valori e della storia aziendali, ma è invece determinato da quello che l’azienda vorrebbe realmente essere. È la promessa di fiducia, di un rapporto che vede al centro non più il cliente o consumatore, ma la persona, in modo da vivere un’esperienza relazionale tra brand e cliente o potenziale tale, grazie ad un approccio unico, specifico, identitario. In altre parole è il valore autentico e il ruolo sociale di una marca che le permette simultaneamente di accrescere il proprio business e avere un impatto positivo sul mondo. Insomma, il purpose è la ragione per cui qualcosa esiste. Per le aziende ed i brand rappresenta l’insieme di idee, valori e propositi che ne caratterizzano l’essenza. Esplicitare il purpose di un brand significa esprimere la propria vision, non soltanto in termini economici e commerciali, ma anche a livello di cultura aziendale in senso ampio. Qual è l’idea di società che l’azienda vuole contribuire a creare? Quali sono i valori che condivide? I brand oggi non possono più essere distanti dalla vita delle persone e dalle questioni che i loro potenziali clienti reputano importanti e su cui dibattono quotidianamente. E’ necessario che i brand prendano posizione anche su temi etici e di rilevanza sociale”.

Erissia: “Ma ti senti quando parli?!? E poi scusa, non è che sei semplicemente andato su Google? Comunque mi spiace, ancora non ci capisco niente”.

Socrate: “Te la spiego da semplice cittadino e uomo della polis. Ai nostri giorni l’azienda e i suoi marchi devono abbracciare dei temi importanti, umani, sociali, potenzialmente anche divisivi, in modo da portarsi a un livello più alto, per così dire al piano superiore, in modo che i clienti quando pensano all’azienda e ai suoi prodotti vedano piuttosto dei valori di importanza assoluta. Mastico la merendina e penso all’inclusione e alla parità tra generi. Verso il detersivo nel piattello della lavatrice e intuisco che mi sto impegnando per l’accoglienza. Indosso le scarpe comprate ieri e so che sto prendendo posizione contro l’omofobia”.

Erissia: “Ma come si capisce che si tratta di un impegno autentico e non una subdola tecnica di marketing con il semplice scopo di vendere più merendine, detersivi, scarpe?”

Socrate: “Beh, queste aziende hanno preso posizioni serie, ferme, risolute, in modo inequivocabile e a volte provocatorio, rischiando addirittura di perdere clienti e fatturatopur di promuovere il proprio purpose!”

Erissia: “Ma li hanno poi persi i clienti?”

Socrate: “No anzi ne hanno guadagnati. Anche perché a perdere clienti sono le altre aziende, quelle che non si battono per i vessilli della moderna società aperta e progressiva”.

Erissia: “Eddai!”

Socrate: “Sembra di sentire parlare un cinico! Recentemente frequenti troppo quel sofista di Prodico”.

Erissia: “Per carità, mi conosci bene, sai che per me la dimensione etica dell’azienda è irrinunciabile e sai anche che ho pagato un prezzo per questa mia convinzione. Ma non pensi che basterebbe seguire le regole della giustizia che stanno già all’interno di una corretta attività di impresa? Tipo pagare salari equi, non disperdere nell’ambiente rifiuti tossici, non corrompere funzionari pubblici, e tutto il resto? Insomma, comportarsi in modo retto. Anche perché parlarne, se ne parla dal tempo degli Assiro Babilonesi, ma farlo … guardiamoci intorno!”

Socrate: “Secondo me ti sfugge il nocciolo del problema. Tu parli di giustizia, qui si parla di purpose”.

Erissia: “Appunto! E poi guarda che neanche tu lo pronunci bene, con tutte le tue arie da filosofo. Comunque, se adesso le aziende si battono per salvare il mondo, immagino che vengano guidate da idealisti, condottieri romantici, filosofi e sognatori”.

Socrate: “No in realtà sono guidati dalle stesse persone che le guidavano prima”.

Erissia: “Cioè gli stessi che …? Dai, sono stufo di cercare la verità, andiamo a mangiarci un bel cyceon, c’è un nuovo posto proprio sotto l’acropoli dove per farlo usano latte di giumenta e una farina d’orzo imbattibile”.

Socrate: “Prodotti da agricoltura sostenibile?”

Arissia: “Non lo so, so però che hanno appena lanciato una campagna per la difesa delle minoranze etniche in Cilicia”.

Le definizioni di Purpose sono prese da: https://www.francescodenobili.it/purpose-significato-brand-marketing/ https://www.uominiedonnecomunicazione.com/purpose-aziendale-studio-di-omnicom-pr-group/https://strategiaecontenuti.it/Andrea-Stella/approfondimenti/purpose-cose-e-perche-e-importante/ Chiedo perdono ai citati per l’ironia delle citazioni. In realtà suggerisco di visitare queste pagine per farsi una migliore idea di cos’è il “purpose” perché può essere importante per le aziende.

Il più grande

Un milione di persone al funerale. Cori, fumogeni, urla. I dipendenti dell’agenzia funebre licenziati perché scattavano selfie con il cadavere. Pesanti scontri tra polizia e tifosi. Assembramenti “mask free” da Buenos Aires a Napoli. Le prime pagine di tutti i giornali intorno al mondo dedicate a lui, così come i primi 10 minuti di ogni notiziario in tutti paesi.

“Dieu est mort”, ha titolato l’Equipe. Ci sono più tifosi che cattolici intorno al mondo, mi faceva notare una persona a me vicina. In effetti, al funerale di Gesù Cristo c’era un pugno di persone, a svelare la differenza tra la gloria del mondo e quell’altra. La mano di Dio fa molte cose, ma difficilmente aiuta a segnare gol irregolari.

Tutto questo per qualcuno chiacchierato per abusi, frequentazione innominabili, litigi con il fisco, figli disconosciuti …

Eppure le immagini di alcuni gol, di certe cavalcate a tutto campo, di una confidenza con il pallone propria dei grandi maestri che sanno addomesticare oggetti inanimati fino a integrarli con la propria volontà, degli scatti guizzanti che “lasciavano sulle gambe” i terzini sconfortati, sanno regalare ogni volta (all’appassionato di calcio, per lo meno) un sentimento originale. Dopo tutto lo sport non è solo esercizio fisico, non serve solo per “stare in forma”. Il calcio può ispirare un libro come “La compagnia dei celestini”; il fitness, no.

Lui era il più grande, personalmente non ho dubbi. E lo era anche per la persona che era, per gli aspetti della sua vita che non ha senso sforzarsi di comprendere e accettare. Non era solo un grande campione (ce n’è pochi, pochissimi, ma ce n’è) era il più grande perché cresceva l’erba dove lui passava con il pallone, e per la sua figura umana che sfondava i confini delle pubbliche relazioni, nel bene e nel male.

Il mondo che ci viene presentato tutti i giorni in televisione è fatto di peccati triviali e debolezze meschine, così come di grandezze effimere e trionfi di plastica. La grandezza, così come la povertà umana, sono pre digeriti e addomesticati, molati e fresati in modo da rasare ben bene gli spigoli ed eliminare le sporgenze. Il sublime resta emozione di una sera, e il delitto è cosa che non interrompe la digestione. Lo spettacolo è diventato intrattenimento e il castigo è il passaggio da un appartamento chiuso a uno studio televisivo. Tanto è vero che c’è ormai la corsa a raccontare, svelare, confessare debolezze, tradimenti e peccati. Sono così insignificanti che si chiede loro di suscitare 1 minuto di lacrime e qualche punto di audience, nulla più.

Il gol contro l’Inghilterra nel 1986, invece, mi costringe tutte le volte a posare il cucchiaio e guardare il televisore mentre, lo confesso, mi corre un brivido sulla schiena. Certe vite hanno l’afflato della tragedia greca, che entra nei nessi tra cuore e cervello. Bene e male, brutto e bello rimangono, in certi personaggi, irriducibili, clamorosi e fastidiosi nella loro prorompente realtà. Rendono insignificante l’emozione da reality e la grandezza da talent show.

E’ morto Diego Armando Maradona, è morto il più grande giocatore di futbol di tutti i tempi.

La poesia non va mai in quarantena

Tra il 1593 e il 1599 i teatri londinesi erano chiusi a causa della peste.
William Shakespeare, chiuso in casa, si dedicò alla scrittura dei suoi immortali sonetti. Il più bello è considerato il 116.

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta quando scopre un mutamento,
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.
Se questo è errore e mi sarà provato,
Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato. 

A me mi piace

L’uovo dei record rinnova un’antica illusione: che l’abbondanza di quantità possa sopperire alla mancanza di qualità; che avere consenso possa sostituire l’avere ragione; che contare significhi comprendere.

L’uovo dei record conta solo in quanto conta; conta i like, calcola i “mi piace”, milioni, decine di milioni, a prescindere da questioni di senso e identità.

La presunzione della consistenza della quantità è illusione di sempre, tipica anche della nostra era, lo mostrano le cronache ma anche la popolarità dei big data (big, appunto, non right) e della stessa espressione “intelligenza artificiale”, come se qualcosa basata su un algoritmo statistico potesse appartenere all’ambito proprio dell’intelligenza.

Nella sua nuda rotondità l’uovo svela l’illusione: non basteranno tutti i like del mondo a rendere all’uovo la sua autentica essenza (che non è quella, sia pur notevole, di finalizzarsi in frittata!); l’uovo, non possiamo dimenticarlo, è disegnato per diventare pulcino, e per nutrirlo. L’uovo è disegnato per trascendersi, lasciandosi i numeri alle spalle come i frammenti del guscio sbriciolato. Tutta roba di qualità, che piaccia o no.

 

Benvenuto 2019: che intenzioni hai?

Sto finendo di smaltire le dosi eccessive di panettone + prosecchino ed è il momento di guardare con fiducia all’anno da poco iniziato.

Con fiducia?

Di natura sono un ottimista depresso … beh, siamo tutti un filo bipolari. Esplicitamente, fattivamente ottimista, interiormente sempre preparato al peggio. Dò almeno in parte la colpa ai romanzi italiani del diciannovesimo e ventesimo secolo, studiati sui banchi del liceo, versione spenta del vitalismo Hemigwayano che tanto amo. Il protagonista si batte, soffre e si impegna, ma alla fine il fato crudele renderà tutto vano. Fatalismo mediterraneo, Continua a leggere